Dalla finale di Champions vinta dal Paris Saint Germain un elemento esce dalle tante riflessioni possibili: lo spessore umano di Luis Enrique, detto Lucho, persona prima che allenatore. E’ inevitabile, di fronte a un uomo che ha vissuto il dolore più lacerante che possa provare un padre: la perdita di un figlio. La scomparsa della piccola Xana, nel 2019, è una sofferenza che lo accompagnerà per il resto della vita. A Monaco di Baviera l’allenatore spagnolo, dopo la chiusura del match ha indossata la maglietta, nella quale era riprodotta l’immagine della bambina nel gesto di piantare la bandiera sul prato, ha mostrato la sua straordinaria forza morale.
E i tifosi lo hanno omaggiato sugli spalti con uno striscione che riprende l’iconica fotografia fatta con la figlia dieci anni fa esatti (era il 31 maggio 2015) quando vinse la Champions col Barcellona, questa volta tutti vestiti di blu e rosso, con le insegne del Psg.
L’hombre vertical (l’uomo verticale) era il marchio di fabbriche di Héctor Cúper, allenatore argentino all’Inter dal 2001 all’ottobre 2003, per la sua personalità e il suo stile di vita: il soprannome rifletteva la sua rettitudine morale e la sua fermezza. Così Luis Enrique fu ribattezzato a Roma nella stagione 2011-2012, la prima dell’era americana del club, proprio per rimarcarne le caratteristiche umane, prima che sportive. Quell’esperienza è stata una tappa formativa essenziale per lui. Il risultato sportivo fu negativo, ma fortificò l’uomo, costringendolo a misurarsi con critiche talvolta feroci e a mettersi in discussione.
Il Psg è il suo capolavoro. Dieci anni dopo il Triplete del 2015 alla guida del Barcellona, Enrique ha calato nuovamente il tris (Champions – campionato – coppa nazionale) alla guida di un club che, dal 2011, è posseduto dal fondo sovrano del Qatar. In questi 14 anni, il Psg ha speso svariati miliardi di euro per diventare una potenza del calcio, senza riuscire ad andare oltre i confini francesi: la Champions era un chiodo fisso. C’è riuscito nel 2025 con una squadra plasmata in profondità da Luis Enrique. La formazione titolare più giovane di sempre in una finale di Champions del terzo millennio: 25 anni e 96 giorni la media, dopo aver rinunciato a tutti i nomi altisonanti (Messi, Neymar, Mbappé).
L’hombre vertical ha fatto tesoro delle esperienze del passato, ma non ha mai derogato dai suoi principi: dopo la vittoria, nel corso di un’intervista con alcuni inviati spagnoli, ha dimostrato di non dimenticare chi lo aveva ferito con critiche andate oltre i confini della normale dialettica. Onesto al cento per cento, e per questo credibile e rispettato: trascinatore e visionario è entrato nella testa dei giocatori infondendo filosofia calcistica e autostima, mettendo il gruppo sempre al primo posto e creando un entusiasmo evidente a tutti.
Implacabile, sebbene piegato da un dolore disumano: “Mia figlia sta con me dal momento in cui è andata via fisicamente ma spiritualmente è sempre con me, non cambia nulla una vittoria o una sconfitta, voglio ricordare ciò che di buono mi ha lasciato e ha portato nella mia vita e questo si vede”, ha ricordato al termine della partita.
Grazie Lui Enrique di averci ricordato che la vita è fatta di sudore, impegno e qualche vittoria.
Tiziano Conti
Foto Wikipedia di Football.ua














