Lo scorso mese, una studentessa del liceo di Lugo ha affisso una lettera nelle bacheche della sua scuola, denunciando il proprio disagio scolastico. Il testo è diventato virale, generando un acceso dibattito. Ne abbiamo parlato con il dirigente scolastico dell’Istituto tecnico Oriani di Faenza, Fabio Gramellini.

Intervista a Fabio Gramellini: “Quel che colgo è un approccio sempre più diffuso: chiedersi a cosa ‘serve’ ogni cosa. Non più ‘cosa posso imparare?’, ma ‘mi sarà utile per il lavoro?’. Così si snatura l’idea stessa di formazione

Preside Gramellini, ha letto la lettera? Che impressione le ha fatto?

Sì, l’ho letta con molta attenzione. Le dirò, ho riconosciuto in quelle parole alcune dinamiche che, purtroppo, non riguardano solo la scuola, ma la società nel suo complesso: la tendenza alla vittimizzazione, un certo utilitarismo esasperato e un’estrema sensibilità al giudizio degli altri.

Cosa intende per “vittimizzazione”?

La ragazza esprime il proprio disagio in termini molto forti, quasi drammatici. E questo, a mio avviso, riflette una trasformazione culturale profonda: oggi il modello dominante non è più l’eroe che affronta le difficoltà, ma la vittima, che trova riconoscimento e ascolto proprio nel dolore. È come se affrontare le sfide con coraggio non fosse più un valore, mentre arrendersi, dando colpa ad altri, fosse più accettabile.

In effetti, nella lettera c’è anche una critica molto netta al senso di ciò che si studia a scuola. Lei come la vede?

È un punto importante. Quel che colgo è un approccio sempre più diffuso: chiedersi a cosa “serve” ogni cosa. Non più “cosa posso imparare?”, ma “mi sarà utile per il lavoro?”. Questo approccio, figlio di una logica aziendalistica ed edonistica, snatura l’idea stessa di formazione. Il sapere diventa un prodotto da acquistare solo se conviene. Anche il voto viene visto come una sorta di moneta, non come uno strumento di crescita. E i docenti? Sempre più costretti a vendersi bene per catturare l’attenzione.

La studentessa parla anche del peso dei giudizi degli insegnanti. Sente che si è rotto qualcosa nel rapporto educativo?

Non si è rotto, ma sicuramente si è incrinato. Molti ragazzi percepiscono ogni valutazione esterna come un attacco personale. Un’insufficienza, per alcuni, non è più il segnale che c’è qualcosa da migliorare, ma un’offesa. E spesso, dietro tutto questo, c’è un equivoco pericoloso: confondere i desideri con i diritti. È come se dire “mi sento offeso” bastasse per bloccare qualsiasi forma di critica. Ma il mondo adulto – e quello del lavoro – non funziona così.

Non crede che questo sguardo rischi di essere un po’ duro verso i ragazzi? Anche la studentessa sembra solo chiedere ascolto…

Guardi, comprendo benissimo il bisogno di ascolto. È legittimo, e anzi fondamentale. Ma ascoltare non significa sempre confermare. A volte è necessario anche aiutare a mettere ordine nel dolore e dare strumenti per affrontarlo. E questo la scuola può – e deve – farlo, senza assecondare tutto.

Cosa può fare la scuola? Come si possono affrontare questi nodi che lei ha evidenziato?

Intanto creare spazi veri di confronto. Non solo sportelli psicologici, ma anche momenti in cui studenti e docenti possano parlarsi fuori dalla logica valutativa. Poi serve rieducare alla fatica del sapere, alla bellezza dello studio come crescita personale. E non possiamo farlo da soli: servono famiglie presenti e adulti che siano punti di riferimento.

All’Oriani ci sono moltissimi studenti. L’alto numero di iscritti incide sul rapporto tra insegnanti e ragazzi?

Certo, il numero conta. In classi molto numerose è più difficile costruire relazioni significative. Ma questo non significa che sia impossibile. Anzi, credo che proprio da qui dobbiamo ripartire: creare alleanze educative, nonostante le difficoltà, per non lasciare nessuno indietro.

Mattia Bandini