Mettendo in fila nomi e date, sembra un bollettino di guerra. Le morti bianche sono in drammatico e costante aumento in provincia di Ravenna. Da inizio anno, la scia di sangue ha preso il via nella notte tra il 9 e il 10 aprile quando un operaio di 59 anni, originario di Grottaglie ma dipendente di un’azienda faentina è morto sul colpo, travolto da un furgone mentre segnalava un cantiere lungo la tangenziale di Bologna. Venti giorni dopo, il 28 aprile a Russi, un operaio di origine marocchina di 48 anni è precipitato da un’altezza di tre metri mentre era al lavoro sul tetto di un edificio. Non indossava dispositivi di protezione individuale. È morto dopo otto giorni di agonia in terapia intensiva. Sulla vicenda sta facendo luce la procura. Meno di dieci giorni più tardi, il 13 maggio, un altro dramma a Sant’Agata sul Santerno, dove un operaio albanese di 56 anni ha perso la vita dopo essere rimasto schiacciato da un muletto ribaltatosi su una scarpata lungo il corso del fiume. Sempre il 13 maggio, ma a Faenza, un autotrasportatore 40enne di Fognano è rimasto gravemente ferito all’interno di uno stabilimento, quando un grosso palo ha colpito la cabina del suo camion durante una manovra. Date così ravvicinate potrebbero sembrare una casualità. Non lo sono.
“Ogni morte di un lavoratore è inaccettabile”
Secondo i dati della Cgil, in provincia di Ravenna nel 2024 sono stati 7.017 gli infortuni denunciati, con un incremento del 2,1% rispetto al 2023 (quando erano stati 6.871). Ma è il 2025 a preoccupare di più: nei primi tre mesi, gli infortuni sono aumentati di un ulteriore 3,9% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Quelli mortali, otto nel 2024, sono già due nei primi mesi del 2025.
«Ogni morte di un lavoratore è inaccettabile – afferma Manuela Trancossi, segretaria generale della Cgil di Ravenna –. Continuiamo a batterci per raggiungere la piena sicurezza. Non si deve mai parlare di fatalità. È fondamentale che chi si reca sul luogo di lavoro sia al sicuro, con la garanzia che tutte le norme siano rispettate». Gli incidenti non risparmiano nessun ambito, ma secondo la Cgil ad essere più esposti sono i comparti di edilizia, logistica e industria meccanica, «ma non sono esclusi nemmeno comparti come turismo e sanità» precisa Trancossi. A determinare il rischio non è solo il settore, ma anche la tipologia contrattuale e, soprattutto, la modalità di lavoro. «Nel caso di appalti e subappalti – spiega Trancossi – la pericolosità aumenta». Senza contare il ricorso a manodopera a basso costo. «Ci sono aziende che, per risparmiare, sacrificano la sicurezza – aggiunge la segretaria della Cgil- tagliando colpevolmente i costi sulla prevenzione e sulla formazione dei lavoratori. Questo è inaccettabile». Che fare? «Occorre assicurare il rispetto di tutte le norme sulla sicurezza e proseguire nella quotidiana opera di tutela». Non solo. «Bisogna investire su prevenzione e formazione, evitando qualsiasi forma di lavoro che sfugga alle leggi vigenti». Intanto la Cgil ha lanciato una campagna referendaria che culminerà l’8 e 9 giugno. I cittadini saranno chiamati a votare su quattro quesiti sul lavoro e uno sulla cittadinanza. Il quarto riguarda la sicurezza nei luoghi di lavoro e propone di modificare le norme attuali, estendendo la responsabilità dell’impresa appaltante anche in caso di infortuni negli appalti. «Cambiare le leggi che favoriscono il ricorso ad appaltatori privi di solidità finanziaria – conclude Trancossi – significa garantire maggiore sicurezza. Per questo invitiamo i cittadini ad andare alle urne. La sicurezza e i diritti dei lavoratori non sono una questione tecnica, ma una responsabilità collettiva».
Barbara Fichera
(Foto Gianni Zampaglione)














