Chogo, Tanzania – 2008

Mia figlia Silvia aveva appena compiuto diciott’anni quando venne da me con una decisione che avevo sempre atteso, in silenzio. «babbo», mi disse, «voglio andare in Tanzania. Voglio conoscere la mia tribù». C’era un patto fra noi: non l’avrei mai portata nel mondo ancestrale della mia gente senza che fosse lei a chiedermelo, consapevolmente. Cresciuta nell’opulenza ordinata dell’Italia, tra licei, musica e sport pomeridiani, Silvia non aveva mai respirato il ritmo del tamburo tribale, non aveva mai visto una capanna di fango, né sentito il peso dolceamaro dell’appartenenza. I figli con radici africane, prima o poi, ricevono il conto: «Chi sei? Da dove vieni?» Quel viaggio fu il suo primo tentativo di risposta.

Ci recammo a Chogo, una località isolata dove si erano rifugiati molti membri della nostra tribù in fuga dalla guerra civile somala. Fu lì che rincontrai Kizito. L’ultima volta che l’avevo visto ero in terza media. Lui viveva allora a Monza, un giovane alto e robusto che aveva appena finito il liceo. Mi guardava come si guarda un fratellino. Ora era un vecchio, il volto scavato, i capelli bianchi come la polvere del tempo. Portava nel corpo le cicatrici della fuga, negli occhi un dolore che nessuna parola può raccontare. Appena mi vide, mi abbracciò forte. Rimase in silenzio a lungo, poi, seduti sotto un albero di mango, mi raccontò la fine di padre Pietro, il missionario curato da mio padre. «Vuoi sapere davvero la verità, Omar?» mi chiese con voce bassa, quasi temesse che il vento potesse riportare indietro l’eco di quei giorni. «Parla, fratello» gli dissi. E lui parlò.

Omar e la figlia Silvia in Tanzania

Racconto di Kizito – Chogo, 2008

«Era il febbraio del 1991. Eravamo a Gelib, la guerra ci aveva tagliato il respiro da mesi. Si diceva che i ribelli integralisti si stessero avvicinando, ma nessuno sapeva quando. Poi, un pomeriggio, li vedemmo. Arrivarono su dei pick-up arrugginiti, vestiti di nero, armati fino ai denti. Avevano occhi che non guardavano, solo bruciavano. Gli stendardi neri, il Corano sventolato come un’arma, e le bocche serrate. Avevano la furia del deserto negli stivali. La voce corse come un veleno: “I ribelli stanno arrivando“. Tutti scapparono nella boscaglia, chi con i figli sulle spalle, chi senza neanche le scarpe. Ma padre Pietro no. Lui raccolse quei venti orfani che accudiva come figli suoi e li chiuse nella chiesetta. Disse loro: “Non fate rumore. Qui dentro Dio è con voi”. lo vidi con i miei occhi disse Kizito. Aveva lo sguardo fermo, duro come la roccia. Non tremava. In piedi davanti alla porta della chiesa, pregava senza muovere le labbra. Io stesso mi nascosi fra i cespugli, e da lì osservavo.

I ribelli iniziarono la caccia. Cercavano ‘gli infedeli’. Li chiamavano così. Trovarono tre giovani nascosti in una cantina dove le suore conservavano il vino. “Recitate la prima sura del Corano!” gridarono. I ragazzi tacevano. Non sapevano nulla. Li fucilarono all’istante. Poi si avvicinarono alla chiesetta. “Cosa c’è lì dentro?” chiesero. Padre Pietro rispose: “Niente. È chiusa perchè è pericolante, può crollare”. Mentiva. Lo sapevano. Ma proprio in quel momento, uno dei bambini all’interno iniziò a piangere. Era come il grido di un agnello
nella notte. I ribelli si mossero per entrare, ma il missionario si mise davanti alla porta. Gridò ai ragazzi: “Chiudete il chiavistello da dentro!” E rimase lì, fermo come un albero sacro. Gli puntarono il kalashnikov in faccia. “Dove sono nascosti?” “Nessuno è nascosto”, disse. Gli spararono in viso. Il corpo cadde a terra, come un sacco di terra rossa. Il sangue colò sul sagrato. Poi cosparsero la chiesa di benzina. E accesero il fuoco. Io sentii le urla, Omar. Non le dimenticherò mai. Erano urla di bambini, erano urla di capretti legati, come al tempo del sacrificio. Gridavano mamma, gridavano Dio, gridavano silenzio. Quando tutto finì, la chiesetta era solo cenere. E padre Pietro era lì, steso tra le fiamme morte, il volto sfigurato, ma il corpo ancora a protezione della porta.

Il capo villaggio musulmano, un uomo che rispettava profondamente padre Turati per la sua dedizione e il suo amore per la comunità, si prese cura della sua sepoltura. Non c’era una bara disponibile per il francescano, dato che l’ultima era stata usata qualche settimana prima per un altro italiano morto senza nessuno a prendersi cura di lui. Così, padre Pietro venne sepolto come aveva vissuto: con semplicità, avvolto nell’abito da lavoro, sporco di sangue e di sudore, il canto della pietà islamica come ultimo saluto. Certo, sarebbe stato bello essere un poeta, per potergli dedicare una poesia. Perché – come diceva Ugo Foscolo – “la poesia è il mezzo che rende immortale la memoria degli uomini illustri, anche quando delle loro tombe non resta più nulla“. E lui, il missionario, non c’è più. La sua tomba, se mai ne ebbe una, è ormai perduta, confusa nel tempo e nella polvere. Ma ciò che ha lasciato dietro di sé è più resistente della pietra e più duraturo del marmo: ha lasciato un’eredità infinita.

Io non posso dimenticare il giorno in cui venne a farsi curare da mio padre. Ricordo ancora il suo volto stanco, la voce dolce, lo sguardo pieno di benevolenza. Fu grazie a lui, a un semplice gesto, a una parola forse detta quasi per caso, che mia madre trovò la forza – o forse l’alibi – per non mandarmi alla Madrasa. E fu così che la mia vita prese un’altra via.

Tito Lucrezio Caro, nato in Campania intorno al 98 a.C. e morto nel 55 a.C., fu un importante poeta e filosofo latino, Nel suo De Rerum Natura scriveva: “Suave, mari magno turbantibus aequora ventis, e terra magnum alterius spectare laborem; non quia vexari quemquam est iucunda voluptas, sed quibus ipse malis careas quia cernere suavest“. “È dolce, quando il mare si agita e il vento , scuote le onde in tumulto furente,  da terra osservare chi lotta e si affanna,  non per gioire del suo tormento,  ma per sentire, lieve e sereno,  che quel dolore non sfiora il tuo tempo“. La frase è tratta dall’incipit del secondo libro del De Rerum Natura, e il suo senso è profondo e sottile: parla del piacere di osservare da una posizione sicura le disgrazie altrui, non per malizia, ma per consapevolezza del proprio scampato pericolo. Io sono scampato dal pericolo della Somalia e posso guardare il travaglio di altri da una posizione sicura grazie a questo missionario. Nessuno probabilmente si ricorderà di questo missionario, la sua tomba è in un piccolo paese della Somalia meridionale di nome Gilib, senza una lapide, probabilmente adesso è una tomba introvabile, in mezzo alla boscaglia. Per tutto quello che ha fatto, almeno una lapide virtuale se lo meritava. In questo memorandum che sto scrivendo, dove le vite si incrociano come strade in sogno, avrà il suo spazio. Non perché era importante per tutti, ma perché è stato immenso per me.

Kizito con Omar a Monza anni 70

Qui riposa Padre Pietro Turati

Frate Minore, Missionario, Educatore. Nato a Nuvolera (Brescia) il 19 ottobre 1919. Ordinato sacerdote nel 1948 – Salito al cielo l’8 febbraio 1991. Spinto da una vocazione profonda, partì nello stesso anno per la Somalia, dove consacrò la sua vita ai più piccoli, educando con amore dove altri punivano, offrendo rifugio dove regnava la severità. Guida e custode delle missioni di Gelib e Kisimayo, seppe creare luoghi di pace, libertà e sapere, contrastando con mitezza l’incomprensione e l’ostilità. Uomo giusto, buono, incrollabile nella fede, rimane per sempre nel cuore dei suoi bambini e di tutti coloro che videro in lui il volto umano di Dio. “Beati i miti, perché erediteranno la terra.”(Mt 5,5)

Oggi so che non fui il solo. Ci sono bambini che, grazie a  te, hanno avuto la possibilità di crescere liberi, di studiare, di diventare, insegnanti, avvocati, geometri padri, madri, uomini e donne realizzati. Tu non ci sei più, ma continui a vivere in ognuno di noi. Perché non è la pietra che rende eterno un uomo, ma il bene che ha seminato nel cuore degli altri. “Caro Omar in quel momento tragico dissi: giuro che da questo paese andrò via, e tornerò da dove sono venuti i miei antenati e così ho fatto Kizito tremava nel raccontare. Io lo guardavo, e in lui vedevo l’uomo che era stato, quello che avevo conosciuto a Monza, che sognava l’università e amava la filosofia. Ora era lì, rifugiato, sopravvissuto, eppure ancora integro nel cuore. Gli presi la mano. Era ruvida, callosa. Ma la sua stretta era quella di un uomo che non si era piegato.

Padre Pietroin Somalia

Omar Giama

(9- prosegue…)