L’atmosfera spirituale che avvolgeva la missione era densa e palpabile, come un velo sottile di silenziosa sacralità sospeso nell’aria. Non c’erano parole superflue, né gesti plateali: tutto sembrava animato da una fede naturale, radicata nella quotidianità, senza bisogno di esibizioni. Il vento, che accarezzava dolcemente le mura moresche dagli intonaci consumati, sembrava portare con sé una preghiera continua, sussurrata tra i fiori e gli alberi, tra i muretti screpolati e i passi leggeri dei missionari.

Nel giardino, esplodevano i colori vividi delle bouganville, rampicanti generose e indomite, che si arrampicavano lungo le pareti e sopra i pergolati, con i loro grappoli di fiori fucsia, lilla e bianchi che sembravano piccoli fuochi d’artificio contro il cielo azzurro. Le suore, con pazienza e cura, coltivavano anche altri fiori semplici, che donavano macchie di colore tra le pietre e il terreno arido, ma erano le bouganville a dominare la scena, abbracciando la missione in un abbraccio fiorito, quasi a volerla proteggere.

Dentro il compound, svettavano alcuni alberi di mango, solidi e ombrosi. Le loro chiome larghe e generose creavano angoli freschi, dove l’aria sembrava rallentare e il sole si filtrava in raggi dorati, tremolando sulle foglie lucide. Il profumo dolce dei frutti maturi si mescolava a quello della terra umida e dei fiori, riempiendo l’ambiente di una dolcezza discreta, come una promessa silenziosa di ristoro e abbondanza.

Suor Agnesina, con il suo grembiule sempre un po’ macchiato di terra o farina, era una presenza familiare e rassicurante. I suoi occhi chiari, spesso persi in un pensiero lontano, si illuminavano quando mi vedeva arrivare. Tra di noi nacque subito un’intesa semplice e profonda. Senza tanti discorsi, mi aveva affidato l’onore di innaffiare il giardinetto, un compito che per me divenne subito sacro. Gli altri ragazzini ci provavano, ogni tanto, a chiederle di sostituirmi, ma io difendevo quel piccolo incarico come fosse una missione personale, sentendo che, attraverso di esso, le stavo restituendo un po’ della tenerezza che forse mancava alla sua vita lontana dalla famiglia.

Quando mi chiamava in cucina, il profumo del pane appena sfornato, delle erbe aromatiche e delle spezie mi avvolgeva come un abbraccio. Mi dava piccoli compiti: mescolare un impasto, portare l’acqua, raccogliere erbe fresche dal giardino. E mentre lavoravamo insieme, senza bisogno di troppe parole, sentivo che tra di noi si creava un ponte invisibile fatto di fiducia, affetto e riconoscenza.

Un pomeriggio, il sole era ancora alto ma già più gentile, e suor Agnesina mi aveva chiamato con il suo solito cenno della mano, asciugandosi la fronte con il grembiule. Aveva preparato una cesta di vimini e mi disse, con un sorriso complice: “Andiamo, piccolo giardiniere, oggi ci serve qualcosa di speciale.”

Attraversammo il compound fino a un grande albero di mango. L’aria era impregnata del profumo dolce della frutta matura, e i rami più bassi erano carichi di frutti gialli, sfiorati appena dal vento. Suor Agnesina si mise a ridere vedendo il mio sguardo incantato e, dandomi un leggero colpetto sulla spalla, mi disse: “Allora, arrampichi tu o arrampico io?”

Era ovvio che toccasse a me! Scalai il tronco ruvido, con le gambe e le mani ben piantate, mentre lei da sotto dirigeva le operazioni, indicandomi i mango più maturi: “Quello lassù, quello grosso come la testa di un bambino! E attento a non scivolare!”

Quando riempii la cesta, suor Agnesina mi aspettò seduta su un muretto, all’ombra, guardandomi con occhi che sembravano brillare un po’ più del solito. Dividemmo un mango lì stesso, con le mani, senza neppure tornare in cucina. Il succo dolce ci colava sulle dita e ridevamo senza vergogna, come se per un momento entrambi avessimo dimenticato tutto il resto: la missione, la scuola, le regole.

Poi, mentre pulivamo le mani sulla stoffa del grembiule, suor Agnesina mi disse, con quella sua voce bassa che sembrava una carezza: “Sai, tu mi ricordi mio nipote Matteo… Aveva la tua stessa risata.”

Non aggiunse altro, ma io, da quel giorno, innaffiando il giardinetto o aiutandola in cucina, mi sentii ancora più legato a lei. Non era solo un incarico, non era solo lavoro: era un modo silenzioso di volerle bene, e di ricevere, a mia volta, un pezzetto di famiglia, proprio lì, tra il profumo di buganville e mango maturi.

I missionari che ho conosciuto non erano predatori, né cercatori di gloria. Vivevano in povertà e sacrificio, lontani anni luce dagli italiani laici che colonizzarono l’Africa con la bava dell’avidità alla bocca. Per quei colonizzatori, l’Africa era solo una terra da saccheggiare, una miniera da cui estrarre oro, avorio, ricchezze, senza rispetto per chi la abitava. Gli africani non venivano visti come esseri umani, ma come selvaggi da sfruttare. La convinzione di appartenere a una “razza superiore” giustificava ai loro occhi ogni sopruso, ogni arroganza, ogni umiliazione.

Non si fermavano neppure davanti alla dignità delle donne africane: le consideravano prede da sedurre, corpi da conquistare e poi esibire, come trofei viventi di un’impresa coloniale falsamente definita “civilizzatrice”. Le cosiddette “veneri nere” venivano strappate alla loro umanità e ridotte a ornamenti esotici, da mostrare con orgoglio nella madrepatria come segno di dominio.

La popolazione locale avvertiva nettamente la differenza: da una parte, i colonizzatori arroganti e rapaci, dall’altra i missionari, umili e segnati da una malinconia sincera. Quei missionari non avevano scelto l’Africa per arricchirsi, ma per servire un ideale più alto, accettando di perdere tutto, perfino la serenità, pur di testimoniare la loro fede. E fu questo dolore trattenuto nei loro sguardi a renderli autentici agli occhi di chi li incontrava.

La chiesa

L’interno della chiesetta era avvolto in un silenzio solenne. Un corridoio centrale divideva la navata, con panche di legno scuro, liscio e lucidato, testimoni di anni di fedeli. L’altare, decorato con candelabri dorati e fiori freschi, risplendeva alla luce delle candele. Sopra di esso, in una nicchia, troneggiava una statua della Madonna, il cui viso sereno emanava pace e protezione.

Sulle pareti laterali, due quadri arricchivano l’ambiente: uno raffigurava la Natività, immersa in una luce divina, l’altro la Crocifissione, che evocava il sacrificio di Cristo. Ogni dettaglio contribuiva a creare un’atmosfera di raccoglimento e preghiera.

Ora pro nobis

Avevo otto anni, parlavo solo il kizigwa, il nostro dialetto bello musicale . Un giorno, in quella chiesetta della missione, mentre io mi guardavo in giro sperando di trovare almeno una lucertola da rincorrere, parte questa cantilena strana: “Ora pro nobis… ora pro nobis…”

rimasi di sasso. “ORAPRONOBIS?” Ma che era, una specie di incantesimo per far venire la pioggia? Un comando segreto per far crescere il granturco? Il nome di un dio bianco??

Il suono mi faceva ridere: era tutto attorcigliato, tutto scivoloso, con delle  “r”e una  “s” finale che sembrava il rumore della  code di una  lucertola che striscia su delle foglie secche. Io provavo a ripeterlo, ma usciva una roba tipo: “Ola po robis… Ola no probis…” e giù a ridere come un matto con gli altri ragazzini! Facevamo pure le gare a chi riusciva a dirlo senza scoppiare a ridere!

Il bello è che i missionari lo ripetevano serio serio, come se stessero trattando una questione da “vita o morte”. 

Così, un po’ per sfida, un po’ per prendermi gioco di quel suono buffo, me ne andavo a correre tra le capanne gridando: “Ora pro nobis ora pro nobis!” con la “s” finale che mi scappava sempre via, come se avessi un’anguilla in bocca!

Eppure, in mezzo a tutte queste risate, dentro di me sentivo che “ora pro nobis” non era una scemenza. Parlava di qualcosa di importante, qualcosa che aveva a che fare con l’anima, con la vita… e forse pure con la morte.

Poi, anni dopo, ormai grande in Italia, con una camicia stirata e i pantaloni lunghi, seduto in una chiesa , finalmente capii. “Ora pro nobis” voleva dire “Prega per noi.”

In quel momento mi venne da sorridere come allora: mi sembrava ancora di sentire il bambino africano che ero, a correre scalzo sotto il sole, urlando per gioco parole da grandi senza sapere che, in fondo in fondo, stava già pregando

“Il Piave mormorava… nella savana”

La domenica sera, in quel nostro villaggio polveroso nel cuore dell’Africa, succedeva una cosa strana. Dopo il canto lento e solenne dell’”Ora pro nobis”, che già bastava a tenerci in una specie di trance religiosa e accaldata, succedeva il miracolo: dall’altoparlante gracchiante piantato in un angolo del cortiletto, il missionario faceva partire una musica che sembrava venire da un altro mondo.

«Il Piave mormorava calmo e placido al passaggio…». E noi ragazzini, seduti a gambe incrociate sulle vecchie panchine traballanti, ci guardavamo perplessi. Il Piave? Ma cos’era il Piave? Un animale?  Un signore importante? E cosa vuol dire mai mormorava? 

Non capivamo nulla, ma il ritmo ci piaceva. E poi, a rendere il tutto ancora più sacro e solenne, arrivava ogni tanto un premio celestiale: il missionario, con gesto lento e pieno di cerimonia, ci distribuiva delle bottigliette di aranciata San Pellegrino. Minuscole, frizzanti, luccicanti come diamanti sotto il sole africano. Per noi era come bere nettare degli dèi: quella bottiglietta era un tesoro da conservare gelosamente anche dopo averla svuotata, come una reliquia.

Cantavamo a squarciagola senza capire una parola. “Il Piave mormoravaaaa…” urlavamo, sbagliando tutti i tempi e le intonazioni, mentre le scimmiette sugli alberi sembravano guardarci, confuse quanto noi.

Ora che sono grande, e che ho studiato la Prima guerra mondiale, mi viene da ridere a ripensarci. In mezzo alla savana, a diecimila chilometri dal Veneto, noi ragazzini africani che inneggiavamo al sacrificio dei fanti italiani, mentre intorno pascolavano zebre e gazzelle… Una scena surreale. Altro che il Piave: lì il Giuba “ruggiva” più che mormorare, e noi avevamo ben altri “passaggi” da controllare — tipo quelli dei serpenti!

Eppure, oggi capisco anche quella malinconia che aleggiava nell’aria mentre il missionario ascoltava quella canzone. Seduto sotto il cielo stellato africano, magari con la veste impolverata e il cuore pieno di nostalgia, si lasciava cullare dalla voce lontana della sua terra. Il Piave che mormorava non era solo un fiume per lui: era la casa, la famiglia, l’infanzia, tutto quello che aveva lasciato dietro di sé. E la musica, povera e gracchiante dall’altoparlante, era la sua coperta contro la solitudine.

Noi ridevamo, cantavamo e ci ubriacavamo di aranciata frizzante, senza capire. Ma lui, il missionario, si ubriacava di ricordi. E in quel cortiletto, per un attimo, Africa e Italia si abbracciavano nel suono stonato di una marcia lontana

Omar Giama

(8- prosegue…)