Differenze sfumate, quando ci sono. Giovani con cognomi stranieri che parlano il dialetto romagnolo. Non più “altri”, ma compagni. È la realtà che vive l’istituto tecnico Oriani, la scuola superiore faentina con la maggior concentrazione di studenti stranieri.
Ne abbiamo parlato con Vincenzo Galeano, docente di sostegno all’istituto tecnico.

Intervista a Vincenzo Galeano, docente di sostegno all’istituto tecnico Oriani

Professor Galeano, com’è distribuita la presenza degli studenti stranieri all’Oriani?

Varia a seconda degli indirizzi: nel ramo economico è più marcata. Molti ragazzi sono di seconda generazione, perfettamente inseriti. Ci sono anche studenti appena arrivati: in questo caso, serve un lavoro di prima o seconda accoglienza.

I ragazzi stranieri si sentono integrati?

In linea di massima si relazionano bene con tutti. Talvolta tendono a gravitare attorno a compagni con background simili, ma non c’è una divisione rigida. Anzi, spesso sono loro ad attirare l’attenzione per la loro energia e simpatia. Le differenze culturali sono molto più sfumate nelle nuove generazioni.

Qual è il compito della scuola?

Mediare, fare incontrare culture, creare spazi dove ciascuno possa raccontarsi. Conoscere l’altro arricchisce tutti. I docenti di religione fanno un lavoro prezioso, così come chi insegna geografia o inglese: chiedere di presentare un piatto tipico del proprio Paese può diventare una lezione di vita e di dialogo.

Ci sono difficoltà con le famiglie?

Può essere complicato, soprattutto con chi è appena arrivato. La lingua resta una barriera, anche se gli strumenti digitali aiutano molto. Spesso ci affidiamo a colleghi con buone competenze linguistiche, ma non sempre i genitori riescono a comprendere i contenuti dei colloqui. È un lavoro continuo.

Ci sono problemi organizzativi?

Non direi. Dal punto di vista burocratico, oggi è tutto più semplificato, anche grazie al registro elettronico, disponibile in più lingue.
Il vero ostacolo, semmai, è economico: non tutti hanno la possibilità di partecipare a uscite o viaggi scolastici. Ma questo vale per tutti, italiani e stranieri.

Quali le principali sfide educative?

Il metodo di studio e la costanza nell’apprendimento. Ogni classe è una piccola comunità con esigenze diverse. Spesso le difficoltà di un ragazzo straniero coincidono con quelle di studenti italiani con fragilità. L’apprendimento tra pari è più efficace della spiegazione dell’adulto. Le distanze si annullano quando i ragazzi si aiutano tra loro.

Ci sono episodi di esclusione o razzismo?

No. I ragazzi non vedono differenze, o non le enfatizzano. Spesso parlano in romagnolo stretto, anche se sono di origine africana o dell’Est Europa. Nelle classi, quando si crea un clima sereno, le differenze si appiattiscono naturalmente. La chiave è il gruppo dei pari.

C’è un episodio che le è rimasto impresso?

Seguo un ragazzo in sedia a rotelle, di origine straniera. È aiutato da un compagno nigeriano. Quel gesto quotidiano, semplice ma costante, è un vero esempio di inclusione. Quando la relazione è autentica, la diversità diventa risorsa.

Ci sono strumenti per favorire l’inclusione?

Come molte scuole, organizziamo corsi di supporto linguistico per gli studenti che arrivano improvvisamente e non parlano l’italiano. In quei casi, anche l’insegnamento va adattato.

Barbara Fichera