Diplomato al liceo classico Torricelli nel 1979, Carlo Lucarelli è tornato nell’auditorium di Palazzo degli Studi in un incontro organizzato dall’Associazione Ex allievi del Torricelli per presentare il suo ultimo romanzo, Almeno tu, pubblicato da Einaudi. Un noir psicologico e profondo, ambientato tra Faenza, Palazzuolo sul Senio, Cesena e Castel Bolognese, che affronta le paure più intime attraverso una trama di vendetta e silenzi familiari. Di seguito la nostra intervista, realizzata in occasione dell’incontro con i lettori faentini.

Intervista a Carlo Lucarelli

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Lucarelli, cosa ha provato tornando al liceo?

Emozione. È un posto che mi sogno ancora di notte. Ci sono tornato più volte, anche agli open day per le mie figlie. Vedo ancora tante persone che conosco.

Come si è trovato a Faenza?

Bene. Sono nato a Parma, ma sono venuto qui a metà della quinta elementare. Ho fatto le medie e il liceo classico, come mio padre.

Si ricorda il primo giorno di scuola?

Benissimo. Salivo le scale di corsa, per accaparrarmi i posti in fondo. Lungo le scale mi fermò il preside, che si ricordava di mio padre. Nel frattempo erano entrati tutti e l’unico posto rimasto libero era quello davanti alla cattedra. Il liceo ci sembrava cupo, dark, ma a me piaceva. Anche professori ci sembravano strani, ma alcuni erano eccezionali.

Quali ricorda con affetto?

Il professor Cattani, poi Pini, che sembrava matto, ma era un grecista e artista straordinario. Elio Tampieri, il professore di lettere: sembrava uscito dal secolo passato. Iniziò facendoci leggere i decadenti, Baudelaire. È lì che ho imparato a leggere e a scrivere, anche se era durissima: siamo partiti in 30 e arrivati in 20, sembrava la Prima guerra mondiale.

Era un secchione?

No. Ero il classico studente da sette, sette e mezzo. Quello di cui si dice: potrebbe fare di più.

Quindi non è detto che i più bravi riescano nella vita?

No, assolutamente. L’importante è mettere passione in quello che si fa.

Al liceo aveva già barba e pizzetto. C’era un significato?

No. Prima era una barba un po’ risorgimentale, come si usava alla fine degli anni ’70. Poi ho tenuto il pizzetto.

Aveva già voglia di scrivere da ragazzo?

Sì. Mi piaceva raccontare le cose scrivendo. Al liceo scrivere era un modo per confrontarsi con gli autori del passato.

Tanti scrittori affermano che c’è è una storia che vuole essere raccontata. È così anche per lei?

Sì e no. Da un lato, sono io che scelgo argomento, trama, personaggi. Dall’altro, se sei uno scrittore come me – uno di quelli che chiamiamo “giardinieri” – semini e poi vedi cosa cresce. Il giardino nasce da solo, in parte.

Come inizia una sua storia?

Servono tre cose: qualcosa che succede nel mondo, un personaggio che la racconti e una trama.

In Almeno tu Faenza torna protagonista.

Faenza, Palazzuolo, Cesena, Castel Bolognese sono luoghi concreti che ti danno possibilità narrative.

Ha inserito dettagli autobiografici?

Sì, ho fatto fare a un personaggio lo stesso tragitto che facevo io da via Salvolini, dove abitavo, al liceo. Volevo scrivere un romanzo più asciutto, far parlare i personaggi. Ho preferito togliere, piuttosto che aggiungere.

Il messaggio sembra essere che le cose non sono mai come sembrano.

Sì, esatto. Tutti i miei personaggi sbagliano perché si fermano alle apparenze, non vogliono approfondire. Ma quello che c’è sotto, prima o poi, viene fuori.

A un certo punto, la moglie del protagonista dice che i ricordi, se non sono condivisi, si storpiano. La relazione è fondamentale?

Sì. È una delle intuizioni della protagonista: bisogna parlarsi. Se non lo fai, rimani chiuso dentro te stesso, e chissà cosa succede lì dentro.

Che tipo di padre è Vittorio, il protagonista?

Un padre normale. Ho voluto dargli paure e sentimenti che potrebbero essere miei. È un esperimento: volevo un personaggio che mi mettesse in discussione.

E si riconosce in lui?

No. O meglio, sì, ma non perché sono come lui. Mi riconosco nelle sue paure, in ciò che non vorrei essere. Ho cercato di scrivere un personaggio che desse un po’ fastidio, che mi mettesse alla prova.

Entrare così a fondo nella paura aiuta a esorcizzarla?

No, non la esorcizzi scrivendone. La vedi meglio, forse la risolvi. Ma non è che scrivi qualcosa e poi te ne dimentichi. La paura resta, però magari impari a guardarla in faccia.

Qual è il personaggio che ama di più tra quelli che ha creato?

Difficile scegliere, sono figli. Il commissario De Luca mi ha dato molte soddisfazioni. Anche Coliandro, nato nei romanzi e poi diventato una serie tv, ha avuto un’evoluzione. Questo ultimo personaggio, Vittorio, mi incuriosisce molto. Vorrei sapere cosa gli succede dopo l’ultima pagina.

La morte è un altro tema che attraversa la sua produzione. Ne ha paura?

No. O meglio, da quando ho una moglie e due figli, ho un progetto davanti e spero di restare qui il più a lungo possibile. Prima non ci pensavo molto: prima o poi succederà, mi dicevo. Ora spero solo succeda il più tardi possibile.

Sente la responsabilità di offrire una verità?

Sì. Nei romanzi gialli, nell’ultima pagina c’è la verità assoluta. Nella vita reale è più complesso. Ci sono tante verità: giudiziaria, storica, di buon senso e politica. Ma la giustizia, anche imperfetta, è fondamentale. Meglio riaprire un caso che non fare un’indagine.

Come si sente oggi: scrittore, sceneggiatore o conduttore?

Scrittore. Mi piace fare esperimenti, ma tutto quello che imparo lo porto nei romanzi. Solo lì sono veramente libero.

E’ credente?

Sì, anche se non particolarmente religioso.

Barbara Fichera