«Nostro padre tornava a casa una o due volte l’anno. Oggi, cenare tutti insieme la domenica è una festa che non ha prezzo». C’è una frase che Armand, 26 anni, pronuncia più volte: «Io sono uno che, se ha un’idea in testa, non molla». La sua vita lo dimostra. Arrivato a Faenza dall’Albania a soli 14 anni, oggi lavora come elettricista, studia management e sogna di aprire una propria azienda. Eppure, dopo dodici anni in Italia, Armand non è ancora cittadino italiano.
Alla presentazione dell’ultimo report sulla povertà della Caritas diocesana, Armand ha raccontato la sua esperienza di migrante. L’incontro con la Caritas fu uno dei primi che ebbe in Italia. Si era presentato da solo, a 14 anni, alla scuola gestita dai volontari per imparare l’italiano, suscitando la curiosità degli operatori. «Non capivo una parola — racconta — ma avevo voglia di riuscire». È lì che è iniziato il suo cammino: fatto di ostacoli, ma anche di incontri, impegno e volontà. Il suo italiano oggi è fluente, ricco di sfumature. Come la sua storia.
I primi tempi sono stati difficili: “Spesso la sera piangevo, non riuscivo a dormire”

Nel luglio del 2013, Armand sbarca a Faenza da solo grazie allo zio che lo accoglie nella sua casa già affollata. I genitori sono lontani: la mamma malata in Albania, il padre lavora per lunghi periodi in Grecia. «Sapevo di amici che erano partiti per l’Italia in cerca di un futuro migliore, e così volli fare anche io». A settembre, pochi mesi dopo il suo arrivo, inizia la scuola all’Ipsia “Bucci”, ma non capisce nulla delle lezioni. «Ero solo, nonostante ci fossero alcuni compaesani in classe. Spesso la sera piangevo, non riuscivo a dormire. Allora mi svegliavo presto, alle 5 e mezzo di mattina, e andavo a camminare al mercato in piazza, quando le bancherelle iniziavano l’allestimento. Poi mi presentavo a lezione».
I corsi di Italiano alla Caritas, il doposcuola al circolino di San Marco, la voglia di essere parte attiva della comunità
Pian piano, la svolta. Non grazie a un evento in particolare, ma a tanti piccoli tasselli. Una professoressa gli dà ripetizioni, lui scopre i corsi di italiano della Caritas e un doposcuola al Circolino di San Marco, gestito dalla cooperativa Sacra Famiglia, a cui arriva grazie a uno dei primi amici che si è fatto a Faenza. «Barbara del Circolino, Danilo che mi ha aiutato in matematica, i volontari… senza di loro non ce l’avrei fatta». Si fa in quattro: scuola, aiuto compiti, lavori nei weekend per pagarsi l’affitto. «Non volevo essere bocciato. Era una fissa. E ce l’ho fatta». Al quarto anno vince anche una borsa di studio per il suo impegno. Si diploma nel 2018.
Appena diplomato, prende in affitto una casa e accoglie con sé il fratello minore, di quattro anni più piccolo. «In un certo senso, ho fatto il genitore a 20 anni. Ma ero stanco, ho avuto attacchi di panico. Sono andato anche dallo psicologo». Lavora come elettricista, nel fine settimana fa il cameriere nei catering, tira avanti. «Grazie ai lavori extra ho messo da parte dei soldi». L’obiettivo è un grande sogno: riunire la famiglia dopo la grande diaspora, tra Albania, Grecia e Italia. «Ho fatto i documenti ai miei e li ho fatti venire qua a Faenza: oggi viviamo insieme. Mio padre lavora nei campi, mia madre è serena. È la gioia più grande, che non ha prezzo».
Da 12 anni in Italia, Armand non ha ancora la cittadinanza
Nonostante tutto, la cittadinanza italiana ancora non è arrivata. «La pratica l’ho aperta un anno e mezzo fa, dopo 10 anni Italia, ma non si è ancora conclusa. Mi hanno detto che ce ne vorrà almeno un altro. Intanto non posso votare, non posso viaggiare liberamente. E ogni due anni devo rinnovare il permesso. Non mi sembra giusto, visto che da più di 12 anni vivo qua, studio e lavoro».
Uno sguardo va anche alla sua esperienza di inclusione in un nuovo Paese. Armand lo dice senza mezzi termini: «Molti ragazzi che arrivano qui si chiudono con i loro compaesani e non imparano l’italiano. Così restano indietro. La chiave è favorire invece l’incontro: io ho avuto la fortuna, tramite un mio amico, di conoscere il Circolino di San Marco e incontrare tanta altra gente, italiana e non. Miglioravo ogni giorno il mio italiano. Questo mi ha permesso di sentirmi parte viva di questa città».
Oggi è fiero di ciò che ha costruito. «Quando vivi da anni, lavori, paghi le tasse, partecipi alla vita del Paese… allora dovresti avere anche i tuoi diritti». Quando gli si chiede cosa significhi per lui essere integrato, risponde: «Per me è vivere davvero qui. Non rinnego l’Albania, ho ancora i nonni là. Ma l’Italia è casa mia. Faenza è la mia città».
Samuele Marchi














