Il 20 agosto 1823 moriva papa Pio VII. Egli cercò, nei duri anni dei rivolgimenti napoleonici, di mantenersi in equilibrio tra la difesa delle prerogative del sacro soglio e l’opposizione all’avanzata del secolarismo, pur comunque mediando su alcune posizioni.

Il conclave che si aprì fu il primo, dopo cinquanta anni, a svolgersi a Roma. Come nel conclave che elesse Pio VII si erano già delineate due tendenze politiche: da un lato coloro che erano concilianti verso alcune idee che erano emerse con la rivoluzione. All’opposto, chi rifuggiva da ogni innovazione che il 1789 aveva portato e desiderava cancellare traccia. A questo ovviamente si deve aggiungere una forte influenza esercitata da paesi quali Francia e Austria. Infine, il conclave era diventato il banco di prova definitivo per le politiche del cardinale Consalvi, già segretario di stato di Pio VII, colui che aveva convinto il pontefice a partecipare all’incoronazione di Napoleone nel 1804 e, dopo un periodo di ritiro, aveva inanellato una serie di concordati, oltre ad avere portato molte modifiche all’ordinamento dello Stato verso una maggiore divisione tra sacro e governo.

Pro o contro Consalvi, pro o contro Napoleone, pro o contro il restaurare ogni prerogativa pontificia. Le votazione iniziarono il 3 settembre e presto si delineò lo schieramento: il 17 settembre il cardinale Castiglioni aveva 9 voti (poi papa Pio VIII nel 1829), il piacentino Della Somaglia 16 (detto “cittadino Somaglia”, vicino alle posizioni del Consalvi), e il faentino Antonio Gabriele Severoli 20 voti. Nato a Faenza nel 1757, ventinovenne fu nominato Vicario Generale della Diocesi. Nel concistoro del 23 marzo 1787 lo stesso fu elevato all’episcopato di Fano. Nel 1791 mediò con successo tra autorità e rivoltosi (sollevati per uno spropositato aumento del prezzo del grano), restaurando la pace tra le parti. Nel 1801 fu invitato nunzio in Austria. In quel ruolo fu strenuo difensore dei privilegi papali anche con la corte asburgica. Durante i suoi anni di nunziatura scrisse piccoli pamphlet – da lui stesso dettati o commissionati ad illustri teologi tedeschi – volti a ridimensionare le mire della corte viennese sull’indipendenza dal papato. Nel 1808 fu nominato vescovo di Viterbo, ma raggiunse la propria sede solo nel 1816 dopo che Napoleone fu definitivamente sconfitto. Nel 1815 partecipò come nunzio al Congresso di Vienna mentre l’anno successivo, entrando nella sua diocesi, ricevette anche la porpora cardinalizio.

Era il faentino a riscuotere maggiori consensi. Alla votazione successiva era giunto a 26 voti, ne mancavo 7, e Severoli era in pectore il successore di Pietro. Al successivo scrutinio, il cardinale Albani, ambasciatore straordinario degli Asburgo, esercitò lo ius exclusivae, ovvero il diritto diffuso dal XVII secolo di manifestare al collegio cardinalizio il non gradimento per quel candidato da parte delle potenze europee (diritto tolto solo da Pio X). Il motivo? Gli storici concordano nell’attribuire la causa nella difesa dei diritti del Papato dalle ingerenze imperiali. Si oppose proprio durante il Congresso di Vienna alla presenza austriaca nella legazione di Ferrara (invano, tuttavia) Il cardinale Severoli fini i suoi anni a Viterbo l’8 settembre 1824 regnante Leone XII, eletto al suo posto.

Che resta del cardinale Severoli oggi? Certo, la memoria storica di quel veto. Ma c’è di più: un faentino che in quei turbinosi anni si era inserito appieno nel dialogo tra le grandi potenze. Una memoria che oggi, riscoprendo le storie che si celano dietro il conclave, ci interroga ancora.

Mattia Randi