A Faenza la 100km del Passatore è ormai radicata nel nostro territorio, e spesso per i giovani faentini è un’ambizione da sempre. Giovanni Caroli, 28 anni, è tra loro; corse la prima Cento nel 2019 e da allora non si è fermato e pare non abbia intenzione di farlo. Lo abbiamo intervistato dopo la gara e ci siamo fatti raccontare cosa significa per lui questa esperienza faticosa ma ricca di emozioni e soddisfazioni, ogni volta.
Intervista a Giovanni Caroli: “Alla vista di Punta degli orti l’emozione è forte e il dolore passa in secondo piano”
Giovanni, cosa ti ha spinto la prima volta a correre la 100km e cosa ti spinge tutt’ora?
Tutto è iniziato nel 2019. Avevo maturato un forte interesse per le gare un po’ più lunghe, prima facevo triathlon; iniziai col trail, ma da faentino la 100km del Passatore ha fascino tutto suo. Avevo 22 anni, una gran voglia di sfidarmi e testare i miei limiti e anche un po’ di sana follia. La prima, nonostante le difficoltà e la fatica andò a buon fine. Da quel momento prove una forte attrazione per le ultramaratone, attualmente sono a cinque 100km (quattro del Passatore più una a Imola nel 2021, quando la Firenze-Faenza non si fece causa Covid), e anche per il trail ovviamente, che ogni volta affronto con la voglia di migliorare rispetto agli errori fatti la volta prima. Alla fine il mio obiettivo è finirla in condizioni migliori, non tanto il tempo in sé.
Hai mai avuto imprevisti tali da farti dire “no, quest’anno non ce la farò a finirla”?
Quest’anno indubbiamente è stato l’anno più difficile. Mi ero allenato tanto ma venivo da un infortunio recentissimo; ho avuto dei forti dolori muscolari sulla Colla, e mi sono dovuto adeguare. Ho abbassato i miei obiettivi sulle tempistiche e ho puntato a finirla, però il ritiro non è assolutamente nulla di terribile, può capitare. A questo giro io sono solo stato fortunato.
E invece il tratto più complesso del percorso?
Per me il tratto più difficile è il tratto tra Marradi e Brisighella, è buio, la luce la fa solo la torcia frontale e la stanchezza è tanta. Poi arrivati a Brisighella è praticamente fatta, mancano 12 km ma si sente già l’odore di casa.
Conta di più la testa o il fisico?
L’approccio mentale è sempre più rilevante rispetto al fisico, a mio parere. Come si allena il fisico, anche la mente va allenata.
E invece come ti prepari? Svelaci qualche segreto.
Per le prime edizioni avevo un coach. Ultimamente invece sto facendo da me e quindi mi sto auto allenando, mi piace mettermi in gioco. Non corro “tantissimi” chilometri alla settimana, ma probabilmente l’anno prossimo tornerò a cercare un supporto perché arricchirebbe la mia preparazione.

Quindi meglio avere compagnia rispetto al farla soli?
Qualche amico che fa con te la strada aiuta, sono dei momenti di condivisione molto significativi; siamo quasi in sintonia, a volte sembra quasi che percepiscano pure loro il nostro dolore e fatica. Nei momenti difficili un amico aiuta tantissimo, per me è un supporto quasi fondamentale.
Le emozioni che si provano all’inizio e alla fine noi che non l’abbiamo mai fatta possiamo forse solo immaginarle, ce le racconti?
Al punto di partenza c’è il caos, gente che cerca ombra, acqua, chi medita. Cerco di distaccarmi da quel marasma, cerco un angolino all’ombra e solo nell’ultima ora pre-partenza mi avvicino. Quando lo speaker comincia a parlare il battito aumenta, ma bisogna restare freddi e razionali, io mi concentro guardando la bellezza del Duomo di Firenze e cerco di ingannare così il mio cervello. L’arrivo è tutta un’altra storia, da faentino ogni metro che corriamo è un metro verso casa, e già Brisighella è ancora di più alla Punta degli orti l’emozione è forte e il dolore passa in secondo piano. L’emozione all’arrivo, soprattutto se condivisa, è impagabile.
Noi il prossimo anno speriamo di rivederti, conti di esserci?
Quest’anno mi sentivo pronto a fare bene, ma queste gare hanno mille variabili, e la partenza non era scontata dato l’infortunio. L’idea per il prossimo anno è di allenarmi con un coach e voglio rimettermi in gioco quindi probabilmente si, ma per ora i dolori della gara si sentono ancora.
Jacopo Cavina














