Il 29 giugno 1924 il Regno d’Italia prende possesso del Giubaland, la regione più a sud della Somalia al confine col Kenia, ceduta dagli inglesi che l’amministravano. Per l’Italia prenderà il nome di Oltregiuba. La presa di possesso rientrava tra i compensi territoriali spettanti all’Italia in base all’art. 13 del Patto di Londra. L’accordo sanciva l’intervento dell’Italia nella prima guerra mondiale al fianco della Triplice Intesa, contro gli Imperi Centrali: “in caso di un ampliamento nei possedimenti coloniali francesi ed inglesi in Africa a spese della
Germania, la Francia e l’Inghilterra riconoscono in massima il diritto dell’Italia di pretendere per sé certi compensi nel senso di un allargamento dei suoi possessi nell’Eritrea, nella Somalia, nella Libia e nei territori coloniali confinanti con colonie francesi e inglesi”.
Ma gli inglesi non cedettero il loro territorio prima di lunghe discussioni e trattative, che ebbero esito positivo grazie anche al viaggio ufficiale del 24 maggio 1924 del Re Vittorio Emanuele III a Londra. L‘Inghilterra concesse all’Italia, col protocollo di Londra del 15 luglio 1924, il territorio d’Oltre Giuba.
Il Patto di Londra e la famiglia Giama: un destino deciso altrove
A prima vista, sembrerebbe non esserci alcun legame tra il Patto di Londra del 1915 – accordo segreto stipulato tra l’Italia e le potenze dell’Intesa durante la Prima guerra mondiale – e la piccola tribù dei Wazigua, stanziata sulle coste dell’Africa orientale. Ancor più improbabile apparirebbe un nesso diretto con la famiglia Giama. Eppure, quel nesso esiste, ed è tutt’altro che trascurabile. Anzi, ha contribuito a modificare radicalmente il corso della nostra storia familiare. Il Patto di Londra aveva come obiettivo quello di attrarre l’Italia nella guerra contro gli Imperi Centrali, promettendole ampi compensi territoriali. Le sue conseguenze si estesero ben oltre l’Europa: attivarono meccanismi imperiali che portarono le potenze europee a ridefinire le rispettive sfere d’influenza anche in Africa. Uno di questi effetti fu l’estensione dell’autorità italiana in territori dell’Africa Orientale che, fino a quel momento, si trovavano in un equilibrio coloniale precario.
È in questo contesto che mio padre – uomo nato in un angolo remoto dell’Impero, privo apparentemente di ogni legame con le grandi manovre diplomatiche – si trovò improvvisamente inserito in un ingranaggio più grande di lui. In quel nuovo ordine, trovò una forma di riscatto personale, una via d’uscita dall’anonimato tribale. Ma fu davvero una scelta? O piuttosto una conseguenza di forze più grandi,
imperscrutabili, partite da saloni diplomatici londinesi e arrivate, a ondate, fino a lambire le rive del nostro villaggio? La Storia, quella con la S maiuscola, decide talvolta per noi. E lo fa da molto lontano.
Un momento di gloria
Appena mi ripresi da quel morso del serpente, mia madre per evitare che mio padre cambiasse idea relativamente alla scuola coranica, mi accompagnò da suo fratello che stava nel villaggio di Ng’Ambo dove c’era la scuola dei missionari; con grande fretta mi presentò alle altre suore, con dei nomi non usuali: suor Agnesina, suor Leonina e suor Crisostoma, comunicando che il giorno dopo sarei stato pronto per andare alla loro scuola lì. Mio padre aveva una particolare simpatia per gli italiani per una singolare storia capitatogli quando aveva 14 anni. Per blandirlo e allontanare sempre più la mia persona dalla madrasa, una sera, mamma ci radunò tutti, fratelli cugini zii e disse: “racconta quella bella storia di sua eccellenza“, cosa che mio padre fece volentieri e iniziò: “Venite qui, figlioli, sedetevi. Oggi voglio raccontarvi una storia di tanti anni fa, una storia importante per me, che vostra madre insiste sempre perché non dimentichiate.
Era il 1924, io ero poco più che un ragazzino, quattordici anni appena. Gli inglesi stavano lasciando la nostra regione che loro chiamavano Giubaland, gli italiani arrivavano a prenderne possesso, dandogli il nome di Oltregiuba. Gli inglesi mi avevano chiesto se volevo andare con loro, in Kenya. Un certo capitano Young diceva: “Vieni, Mohamud, con me a Nairobi, a fare il cuoco, invece di stare qui con i bastardi Italiani avrai una vita migliore laggiù.” Ci mostrò una foto in bianco e nero con questo capitano che lui chiamava “Yanga” “Ma io decisi di restare. C’era qualcosa negli italiani che mi incuriosiva, forse il modo di sorridere e il modo di vestire. Così rimasi, e trovai lavoro come aiuto cuoco in un Albergo dell’Oltregiuba, a Chisimaio. Il capo cuoco si chiamava Guglielmo. Era un uomo grande, grosso, con le mani sempre sporche di farina, e un modo burbero ma giusto di insegnare. Un giorno, Guglielmo si avvicinò a me con un’aria misteriosa, gli occhi piccoli e brillanti sotto la fronte sudata. Mi mise una mano pesante sulla spalla e disse: “Mohamud, domani arrivano ospiti importanti…molto importanti. Pare che vengano alcuni dei di Sua Eccellenza Benito Mussolini. E qualcuno dice…che potrebbe esserci il Duce in persona!“. Me lo disse abbassando la voce, come se anche i muri potessero sentirlo.
Io rimasi senza fiato. Era una avvenimento strano, che mi metteva un po’ in imbarazzo. Sentì il cuore battere più forte, ma anche un orgoglio, una specie di fuoco dentro. Mi assegnarono la preparazione del dolce. Era tutto sulle mie mani. Guglielmo sapeva che ero il migliore, anche se ero il più piccolo, e io volevo far sapere che ero meglio di molti chef italiani nel fare i dolci. Scelsi con cura ogni ingrediente: banane dolci, grosse e mature, dalla buccia quasi nera per quanto erano piene di zucchero, la papaya, tagliata a cubetti piccoli e succosi, che sapeva di sole, un pizzico di polvere di chiodi di garofano, forte e pungente, che pizzicava il naso; e infine una spruzzata di arancia amara, per dare quella nota fresca e decisa. Ma il vero segreto era il caramello: zucchero di cocco sciolto lentamente fino a diventare dorato e profumato, che colava sul dolce come la rugiada del mattino sulle foglie del banano.
La cucina era piena di odori densi, dolci e speziati, e il rumore degli utensili sembrava musica. Io lavoravo in silenzio, concentrato come mai in vita mia. Sapevo che doveva essere perfetto. Quel dolce, ai miei occhi, era l’incontro tra l’Africa e l’Italia: un gesto di pace e bellezza, in mezzo a un mondo di ordini e gerarchie. E arrivò il grande giorno. Oltre quaranta gerarchi fascisti si presentarono all’albergo. Alti, eleganti nei loro abiti coloniali candidi, guanti di pelle, moschettoni appoggiati con non curanza. Avevano una certa arroganza naturale.
Si riempirono lo stomaco tra brindisi e risate fragorose, mangiando con lentezza, discutendo ad alta voce. Dal retro della cucina, io sbirciavo. Sentivo l’odore del tabacco dei loro sigari, il tintinnio dei bicchieri di cristallo, la fragranza del burro e delle spezie nell’aria. Quando arrivò il momento del dolce, Guglielmo mi fece un cenno. Mi avvicinai con cautela alla campana di vetro, quasi con timore reverenziale. Sollevai piano il coperchio, e subito un profumo denso, avvolgente, si diffuse nella sala: caramello bruno, spezie lontane, un’aroma caldo e misterioso che sembrava parlare a ognuno dei presenti. Come una carezza nell’aria, quel profumo arrestò le conversazioni, fece tacere il tintinnio dei bicchieri e persino i movimenti più piccoli. La sala ammutolì. I funzionari si bloccarono . Si guardarono tra loro, sorpresi, quasi storditi. Poi, al primo assaggio, i loro volti si accesero. Un uomo alto, con una cicatrice netta che gli attraversava la guancia come un segno di guerra, si alzò in piedi e iniziò a battere le mani. L’applauso si propagò rapido, come un incendio. Divenne fragoroso, compatto, entusiasta. Le risate si fecero sincere. In quel momento, rimasi fermo, in piedi. I miei occhi brillavano, incerti tra il sorriso e il pianto. Quelli erano i funzionari fascisti, uomini arroganti, sicuri, a volte crudeli. Ma in quel momento si erano sciolti come burro nel sole. La forza brutale del potere si era ammorbidita davanti a un dolce. Per un istante, non vedevano più il ragazzo nero della colonia, ma uno chef. Un uomo che aveva dato loro qualcosa di buono, di nuovo, di indimenticabile. E per lui fu un istante di gloria, di orgoglio profondo. Si sentì visto, riconosciuto. Era riuscito, con le sue mani e la sua maestria, a ottenere qualcosa che nessuna concessione politica gli avrebbe mai dato: il rispetto.
E poi, dal fondo della sala, accadde qualcosa di quasi irreale, secondo mio padre. Un uomo si alzò. La folla si aprì per lasciarlo passare. Camminava diritto, deciso. Aveva un’aria solenne, il volto severo, lo sguardo fiero. Si fermò con un bicchiere di vino in mano, parlò in italiano per circa 10 minuti – parole che non capii ma aveva un tono e un ritmo della parola un po’ arrogante e vanesio, si guardava attorno con atteggiamento narcisista, non era simpatico – ma alla fine, con gesto teatrale, indicò me col dito. Un secondo applauso si alzò, ancora più forte. Era evidente che quel gesto era rivolto a me”. Per mio padre non ci furono più dubbi: era lui, Benito Mussolini. Il Duce in persona. Che si era alzato per lodare il suo dolce. Da quel giorno, mio padre ripeté mille volte quella storia, con un fervore quasi religioso. Si sentiva, in cuor suo, un po’ fascista. Non per convinzione ideologica, ma perché quel momento lo aveva segnato: si era sentito ammirato, premiato, unico. Era diventato, per un attimo, più di un uomo colonizzato. Era stato uno chef applaudito da “Sua Eccellenza“, come lui lo chiamava.
Anni dopo, io provai a cercare documenti, foto, prove che il Duce fosse stato davvero a Chisimaio in quel periodo. Non trovai nulla. Forse quell’uomo non era Mussolini. Forse era solo un funzionario ben vestito, che sapeva tenere un discorso con tono autoritario. Ma io…non ebbi mai il coraggio di dirglielo. Perché mio padre, pur sapendo nel profondo di sé che qualcosa non tornava, aveva bisogno di quella certezza. Aveva bisogno di credere che il duce lo avesse applaudito. Era il suo riscatto, il suo momento di gloria. Un piccolo miracolo personale, dentro l’ombra cupa di un sistema che lo aveva oppresso. E allora lasciai che continuasse a raccontare quella storia. Perché, in fondo, l’identità si costruisce anche con gli attimi rubati alla grande Storia. E per lui, quel dolce non era solo zucchero e spezie: era dignità, era fierezza. Era libertà.
Facendo leva su quell’episodio, mia madre riuscì a rafforzare ancor più la simpatia di mio padre per la scuola dei missionari, facendogli dimenticare una volta per tutte ogni proposito di mandarmi alla madrasa. Devo ammetterlo: mia madre era una maestra nell’arte sottile dell’intrigo. Con la grazia di un diplomatico consumato, sapeva ottenere esattamente ciò che voleva, usando raffinati stratagemmi psicologici. In quell’occasione, per esempio, lo blandì facendogli raccontare — tra una tazza di te e una risata complice — di quella memorabile cena con i gerarchi fascisti, quando ancora si respirava l’aria solenne (e un po’ ridicola) del Ventennio. Mio padre, preso dal piacere di raccontare, si sciolse come neve al sole. E così, mentre lui si perdeva tra aneddoti e nostalgia, mia madre segnava silenziosamente un altro punto a suo favore.

Faber est suae quisque fortunae (Ciascuno è artefice della propria sorte)
Eppure, a chi ha camminato a piedi nudi sotto il sole d’Africa, con la polvere che pungeva la pelle e il futuro sospeso sopra la testa come una promessa incerta, questa frase suona vera solo a metà. La sorte ha molte mani, e non sempre sono le nostre. Se fossi stato più disciplinato, avessi chinato la testa ai divieti e ai precetti del mio maestro, oggi forse sarei un imam. Se mio padre non avesse curato quel missionario ferito, se mia madre non avesse inscenato la sua disperazione per trattenermi dall’andare alla scuola coranica, forse la mia strada si sarebbe piegata altrove, come il fiume che cambia corso dopo una piena.
Ng’Ambo distava appena due chilometri dal nostro villaggio, Bulo Yak. Eppure, per me bambino, quel tragitto sembrava interminabile. All’equatore il sole sorgeva alle sei, puntuale come un richiamo ancestrale, e alle sei noi eravamo già sulla strada: cinque bambini in fila, piedi nudi sull’asfalto che, con il crescere del giorno, sarebbe diventato rovente come brace, diretti alla Missione Camminavamo in silenzio, come chi compie un rito antico e misterioso. A metà strada, un vecchio tamarindo allungava la sua ombra sulla carreggiata: lì, per un momento, trovavamo ristoro, appoggiandoci ai suoi fianchi rugosi, riprendendo fiato prima di proseguire. Poi, in lontananza, compariva il piccolo compaud: un fazzoletto di mondo straniero, racchiuso in un recinto. La missione.
Lì, quattro uomini bianchi — quattro volti diversi da tutti quelli che avevo conosciuto — ci accoglievano. Con pazienza ci insegnavano a leggere e a scrivere, ma non nella lingua dei nostri padri. Nella loro. E in me, che allora sapevo ancora poco del mondo, germogliavano domande senza risposte: Perché erano venuti fin lì, ai confini della nostra terra? Perché volevano che imparassimo le loro parole? Cosa c’entravano loro con l’Islam, con la fede dei nostri avi? Non avevo strumenti per rispondere. Sentivo solo, in fondo al cuore, che quella missione era diversa, un piccolo mondo che sfidava le regole che conoscevo, una finestra spalancata su un orizzonte sconosciuto e in parte inquietante. Ogni mattina, quel cammino era fatica, era sete, era silenzio spezzato dal battito dei piedi nudi sull’asfalto. Eppure, in quella fatica si nascondeva già una promessa: la possibilità che la mia sorte potesse essere, un giorno, dipendente da me. Forse è vero, dunque, che siamo artefici del nostro destino — ma solo quando impariamo a riconoscere quante mani invisibili hanno intessuto la trama della nostra vita.
Omar Giama
(7- prosegue…)














