Euforico di non andare alla scuola coranica, la mattina dopo con il mio amico del cuore per festeggiare decidemmo di fare una cosa pericolosissima: andare dall’altra parte del fiume, dove c’erano dei nidi di uccelli di una bellezza incredibile. Passammo davanti alla madrasa quasi con strafottenza, col passo sicuro e lo sguardo fiero di chi ha deciso di rompere ogni vincolo. Sapevamo bene cosa stavamo facendo. I canti monotoni dei compagni che ripetevano le sure del Corano ci arrivavano all’orecchio come un richiamo lontano, antico, severo — ma ormai senza presa su di noi. C’era qualcosa di liberatorio in quel momento, una sfida silenziosa lanciata al maestro, al sistema, forse persino a Dio. Era come dire: “Io non torno indietro”. E in quella camminata c’era anche un addio inconsapevole, definitivo, a un mondo fatto di disciplina, castighi e memorizzazione cieca.

Giunti sulla riva del fiume, il cuore iniziava a battere più forte. Non era più solo ribellione, adesso c’era paura. Una paura vera. Il fiume, con le sue acque scure e incerte, nascondeva misteri e minacce. Ogni increspatura poteva essere la scia di un coccodrillo. Ogni fruscio tra i canneti ci faceva trattenere il respiro. Eppure, decidemmo di attraversarlo. Stringemmo tra le braccia due zucche vuote, secche e leggere, i nostri salvagenti improvvisati. Ci buttammo in acqua col cuore in gola e l’adrenalina che ci esplodeva dentro. Sentivo la pelle bruciare di paura e piacere allo stesso tempo. L’acqua era tiepida, pesante, sembrava volerci inghiottire. Ogni bracciata era una sfida alla sorte, ogni metro conquistato era un trionfo della volontà sull’istinto di sopravvivenza. Eppure ridevamo. Ridevamo di quella paura, della voce del maestro che ci rimbombava ancora nella testa, ridevamo perché stavamo facendo qualcosa di proibito, di assurdo, di incredibilmente bello

Arrivati sull’altra riva, il mondo sembrò aprirsi in una visione: migliaia di nidi sospesi tra i rami, come piccole culle d’oro, fiori dai colori accesi che parevano disegnati da un dio bambino, e una vegetazione così verde e fitta che sembrava sussurrare alle nostre anime ribelli. Eravamo incantati. In quel momento, il senso di colpa, la paura e la tensione si sciolsero in una gioia silenziosa, totale. Non c’era più passato, né madrasa, né punizione. Solo la bellezza e l’ebbrezza dell’essere liberi. Ci spingemmo nella vegetazione come in una terra promessa. I piedi affondavano nel suolo morbido, umido di vita. Gli occhi correvano ovunque, avidi di forme, colori, movimenti. Ma fu il nido, quel grande nido sospeso tra i rami, a catturare tutta la mia attenzione. Era immenso, intrecciato con una maestria quasi umana, e brillava alla luce del sole come se contenesse un tesoro. — “Saliamo” dissi, il mio amico mi guardò con un misto di esitazione e sfida. Non attese risposta. Io andai avanti, arrampicandomi sul tronco come un felino. Le mani graffiate dalla corteccia, le gambe tremanti, il cuore che batteva come un tamburo primitivo.

Appena la mia mano affondò nel grande nido tra i rami, sentii qualcosa di umido, freddo e muscoloso strusciarsi contro la pelle. Un attimo dopo, il morso: due aghi vivi che mi trafissero il dorso della mano. Fu un istante, ma sembrò eterno. Ritrassi il braccio di scatto, con un grido soffocato. Il nido si agitò, una sagoma serpeggiante si ritrasse tra i rami. Un serpente. E non uno qualunque. All’inizio, fu solo un bruciore. Un dolore acuto, localizzato. Ma poi cambiò forma. Come se un fuoco lento si stesse accendendo sotto la pelle, il bruciore si trasformò in una morsa che mi stringeva tutto l’avambraccio. La mano iniziò a gonfiarsi, divenne livida, le dita cominciarono a irrigidirsi. Cercai di muoverle, ma rispondevano a scatti, come disobbedienti. Era come se la vita in esse stesse scivolando via. Una paresi lenta, inesorabile. Sudavo. Ma non era solo il caldo del pomeriggio africano. Era un sudore freddo, copioso, vischioso. La vista si faceva leggermente offuscata, come se una pellicola opaca si fosse stesa tra me e il mondo. Sentivo il cuore battermi nelle orecchie, e ogni battito sembrava spingere il veleno più a fondo dentro di me. — “Devi attraversare, subito! Andiamo, andiamo!” — gridava il mio amichetto, Abdulkadir, ma nella sua voce c’era qualcosa che non c’era mai stato prima: paura. Vera. Quella che si ha quando si sente l’odore della morte addosso a chi ti sta accanto.

Con fatica agguantai la zucca che usavamo come salvagente. Il fiume non era mai sembrato così largo. Ogni bracciata era una tortura. Il dolore ormai aveva superato la mano e si irradiava alla spalla. Respiravo a fatica. L’aria entrava nei polmoni come sabbia. La testa mi girava. Il mondo oscillava, il cielo si capovolgeva. Le zucche sembravano scivolarmi via. A metà del fiume, sentii il corpo diventare pesante, inerte. Il veleno avanzava. La voce di Abdulkadir era un’eco lontana: — “Non ce la fa… lo sapevo, non ce la fa…” — Eppure continuava a nuotarmi accanto, piangendo. Era convinto che sarei arrivato morto. Lo lessi nei suoi occhi. Raggiunsi la riva con l’ultimo filo di volontà. Le gambe mi tremavano. Vomitai acqua, bile e paura. Le parole uscivano a fatica, come se la lingua fosse diventata troppo grossa per la bocca. Ogni sillaba era un’impresa. Barcollai. E quando finalmente vidi mio padre, sentii le ginocchia cedere. Non parlai, solo gli caddi addosso, vomitando di nuovo, con la gola secca e gli occhi annebbiati. Cercai di spiegare, ma dalla bocca uscivano suoni sconnessi, quasi infantili. Il mondo si restringeva, diventava un punto. L’ultima immagine che vidi fu il suo sguardo: calmo, fermo, eppure pieno di urgenza. Sapeva cosa fare. Io no. Mio padre non disse una parola. Mi sollevò come fossi ancora il bambino che si arrampicava sulle sue ginocchia per sentire i racconti attorno al fuoco. Con passo veloce, quasi solenne, mi portò nella capanna dove custodiva le sue erbe. Aveva il volto duro, contratto, ma lo conoscevo: quello non era panico, era concentrazione assoluta.

Mi adagiò su una stuoia fresca, mi fissò per un istante — uno solo — poi cominciò il suo rituale. Lo vidi estrarre tre fascetti d’erbe già secche, annusarli, sminuzzarli con le dita forti e agili. Le sue mani, quelle stesse mani che un tempo mi avevano insegnato a lanciare il giavellotto, ora lavoravano come strumenti chirurgici. Fece bollire le erbe in un piccolo recipiente d’argilla. L’odore che si sprigionò era forte, terroso, quasi amaro. Intanto, con un coltello affilato e sterilizzato al fuoco, fece una lieve incisione dove il serpente mi aveva morso. Il dolore fu accecante, ma non gridai. Non riuscivo. Sentivo solo il mio respiro diventare un fischio e il corpo che tremava. Poi arrivò il decotto. Mio padre lo fece gocciolare piano sulle labbra secche. L’amaro del liquido mi scosse lo stomaco, mi fece tossire, vomitai di nuovo, ma sentii qualcosa cambiare. Una stretta interiore, come se il veleno avesse trovato un nemico. Mi sentii avvolgere da un calore profondo, come se quel liquido stesse scendendo dentro di me per cacciare l’oscurità. Non era finita. Mi massaggiò con un unguento preparato lì per lì, mescolando grasso animale, polvere di cortecce e un estratto di radice rossa. Ogni gesto era accompagnato da parole sussurrate in lingua, preghiere antiche che sembravano venire da un tempo immemoriale. Le sue mani si muovevano lente ma decise, come seguendo una mappa invisibile sul mio corpo.

Il tempo passava. Il mondo fuori si era fermato. Dentro la capanna si sentiva solo il crepitio del fuoco e il mio respiro, che lentamente tornava più profondo, più ritmico. La vista si schiariva, le dita della mano — ancora gonfia — iniziarono timidamente a rispondere. Il cuore non martellava più come prima. Quando riuscii a pronunciare il suo nome, fioco come il vento del mattino, lui mi guardò negli occhi e annuì. Non disse: “Ce l’hai fatta“. Non ne aveva bisogno. Il suo sguardo diceva tutto. Aveva sconfitto il serpente. Di nuovo. Mi addormentai con quella sensazione: il corpo stanco, svuotato, ma salvo. E la certezza che mio padre fosse non solo un uomo, ma qualcosa di più — custode di un sapere che nessun ospedale avrebbe potuto offrire. Il sapere antico, silenzioso, invincibile.

Il morso invisibile

Tuttavia i giorni passavano, ma io non stavo del tutto bene, ero stanco, apatico, parlavo poco, fu mia madre a capire che non era solo il corpo ad aver bisogno di guarigione. Mi osservava in silenzio, ogni giorno. Notava come evitassi lo sguardo, come il sonno mi fosse rubato da incubi sibilanti, come a volte mi portassi la mano al braccio, anche quando il dolore era ormai passato. Vedeva qualcosa che gli altri non vedevano. Una sera, mentre il sole moriva lentamente dietro gli alberi di mango, si avvicinò e mi toccò la fronte. Disse solo una frase: — “Questo non è solo veleno d’animale. C’è una forza che ti segue”. Lo disse con la voce bassa, tesa, come chi pronuncia il nome di uno spirito che non vuole svegliare. Quella notte stessa, senza dire nulla a mio padre, mi prese per mano e mi portò nella foresta. Camminammo a lungo sotto la luna, tra fruscii e canti di animali notturni. Arrivammo alla capanna di Mama Mchiwa, la veggente. Una figura temuta e venerata, di cui si parlava sottovoce nei mercati e nei racconti delle nonne. Si diceva che parlasse con gli antenati, che vedesse nei sogni quello che accadeva nel mondo degli spiriti, che sapesse sciogliere legami invisibili e annodare i destini come fili d’erba.

Mama Mchiwa uscì prima ancora che bussassimo. Mi fece sedere su una stuoia intrecciata con foglie di cocco, poi spalmò sul mio petto un unguento caldo e profumato. Accese tre fuochi in cerchio e vi gettò dentro radici, piume, ossi di piccoli animali. Il fumo si alzò in spirali lente, danzando intorno a noi come serpenti d’aria. — “Ti hanno messo gli occhi addosso, bambino”, sussurrò, guardando dentro le fiamme. “Qualcuno ha visto in te una luce, e l’ha voluta spegnere”. Mi fece bere un infuso amarissimo, e poi iniziò a cantare in una lingua che non avevo mai sentito prima. Le sue mani si muovevano rapide, disegnando segni nell’aria, come a ricucire lo strappo tra il mio spirito e il mio corpo.

Dopo ore di riti, canti e silenzi carichi di attesa, Mama Mchiwa mi guardò. I suoi occhi erano fissi, profondi, sembravano pozzi scavati nel tempo. — “Ho parlato con tua nonna. Ha vegliato su di te. È stata lei a fermare il veleno. Ma devi fare un’offerta alla terra, per rompere del tutto la catena. Non basta sopravvivere. Bisogna rinascere”. Il giorno dopo, portammo al fiume tre galline nere, miele, e una ciotola d’acqua raccolta nella prima pioggia. Mama Mchiwa guidò la cerimonia. Quando finimmo, sentii qualcosa sciogliersi dentro di me. Come un nodo che non sapevo di avere. Dormii per la prima volta senza paura, e nei sogni vidi il serpente. Non mi mordeva più. Mi guardava soltanto, e poi si
ritirava, lento, tra i rami. Da allora, mia madre mi disse: — “Ogni volta che farai qualcosa di importante, offri qualcosa alla terra“. E io non l’ho mai dimenticato.

membro della famiglia Giama.Foto di Roberto Farina

Sul crinale dei due mondi

Ci sono notti in cui, anche ora, chiudo gli occhi e rivedo il fumo salire lento nella capanna di Mama Mchiwa. Sento ancora la sua voce, profonda come un tamburo antico, sussurrare parole che non ho mai imparato a tradurre, ma che ho sempre compreso. Quel fumo, quei canti, quelle mani che scrivevano nell’aria segni invisibili…erano la medicina dell’anima. Erano cura, anche quando non c’era niente da diagnosticare. Eppure, anni dopo, mi sono ritrovato in aule bianche, piene di luci al neon, di grafici, di formule, di organi su tavoli di metallo. Anche lì si cercava la guarigione. Anche lì si studiava la vita, ma sotto la lente fredda della scienza. La malattia diventava numero, protocollo, linea-guida. L’invisibile, il mistero, l’intuizione…tutto relegato ai margini, quasi fosse un residuo folklorico da estirpare.

Mi sono spesso sentito sul crinale. Come se camminassi su una sottile linea che divide due montagne: da una parte il mondo che mi ha cresciuto, fatto di spiriti, simboli, magie, voci della foresta…dall’altra il mondo che mi ha istruito, fatto di numeri, teorie, evidenze, trial randomizzati. E la verità? Io non ho scelto. Sono stato scelto. Sono stato messo lì, in equilibrio, da una vita che mi ha portato via bambino dalla mia terra, ma non ha potuto strapparmi le sue radici. Non è un merito mio. È un dono. Un dono che spesso pesa, come tutti i veri doni. Perché quando un paziente entra nella stanza, io non vedo solo sintomi. Sento anche il suo silenzio. Percepisco ciò che non dice. A volte vedo l’ombra lunga di un dolore antico, che non compare su nessuna TAC, ma lacera più di un tumore. E mi tornano in mente gli sguardi delle donne del villaggio, le mani di mia madre che accarezzavano senza chiedere, la saggezza dei vecchi che parlavano poco e guarivano molto.

Io so che la scienza salva. Ma so anche che non basta. Perché ci sono malattie dell’anima. Ci sono ferite che vivono nell’aria intorno a una persona. Ci sono spiriti, traumi, energie, che non si curano con una pillola. E allora mi scopro ad ascoltare in un altro modo. Con una sensibilità che non mi appartiene, che mi è stata messa dentro prima ancora che io sapessi cosa fosse la medicina. Forse è per questo che, anche quando prescrivo una cura, sento sempre il bisogno di guardare negli occhi, di toccare una spalla, di dire parole che non stanno nel prontuario.

Omar Giama

(6- prosegue…)