«Maestra, vuole assaggiare i nostri biscotti per la festa di primavera del Dita e Verës?», chiede con gioia una bambina di origine albanese alla docente durante l’intervallo. Entrare oggi in una classe della scuola primaria Pirazzini o Tolosano di Faenza significa fare un viaggio attraverso il mondo intero, restando in città. Nelle aule di questi due plessi, cuore pulsante del centro storico faentino, si respira una quotidianità fatta di accenti, colori, usanze e storie diverse, che si intrecciano in un tessuto educativo ricco e sfidante. Qui l’intercultura non è uno slogan, ma una pratica educativa concreta, radicata nell’esperienza di ogni giorno. Eppure, queste scuole sono spesso bersaglio di pregiudizi. L’elevata presenza di bambini di origine straniera – o meglio, come precisano gli insegnanti, “cittadini del mondo” – ha alimentato nel tempo uno stereotipo duro a morire: quello della “scuola difficile”, “di serie B”.

Ma è davvero così? Per rispondere a questa domanda abbiamo incontrato la dirigente Maria Vittoria Marino e tre docenti che con passione e competenza lavorano ogni giorno sul campo: Luca Cericola, referente intercultura; Enrica Rivalta, referente delle Pirazzini; e Natascia Piancastelli, referente del plesso Tolosano. E fin dall’inizio della chiacchierata, ci si rende conto di quanto sia fuorviante limitarsi al conteggio dei numeri.

Oltre i pregiudizi e per una scuola che non mette etichette: “I nostri alunni? Cittadini del mondo”

«La maggior parte dei bambini in classe hanno cognome straniero, ma sono italiani di seconda o terza generazione – precisa la preside Marino – e a volte parlano con un accento romagnolo più forte di loro coetanei». «Sono arrivata qui da poco, il 4 novembre scorso – prosegue la dirigente – e da subito ho percepito che la scuola possiede una grande forza inclusiva. C’era già un protocollo per l’accoglienza degli alunni Nai (nuovi arrivati in Italia), ma non era sempre applicato in modo sistematico. Lo abbiamo rivisto e arricchito: oggi ogni bambino che arriva non viene subito catapultato in una classe. Prima viene osservato, valutato nelle sue competenze, poi inserito nel contesto giusto pensato per favorire il suo sviluppo. E soprattutto, non lo facciamo da soli: ci avvaliamo del supporto dei mediatori culturali della cooperativa Librazione».

L’obiettivo è duplice: garantire un inserimento graduale e non traumatico, e valorizzare la cultura di origine come risorsa, non come ostacolo. Perché – come sottolinea Marino – «prima che stranieri, sono cittadini del mondo. E la nostra scuola è il luogo dove questa cittadinanza prende forma».

I docenti: “La diversità in classe arricchisce. I primi a dare l’esempio? I nostri bambini”

bambini pirazzini

Non importa se vieni dalla Russia, dalla Romania o dalla Cina: per me sei un compagno di classe. È questa una delle lezioni più grandi che si impara tra i banchi di scuola di Tolosano e Pirazzini. «Entrando in una nostra aula si trova un contesto eterogeneo, ma anche ricco – afferma con convinzione Luca Cericola, coordinatore intercultura per l’istituto Matteucci –. Abbiamo tanti bambini di seconda generazione, nati e cresciuti in Italia, che parlano italiano perfettamente. Ma abbiamo anche nuovi arrivati. E sapete chi sono i primi ad accoglierli? I compagni di classe. I bambini con le stesse origini si aiutano a vicenda, traducendo, spiegando, accompagnando. Sono loro i primi fautori dell’inclusione». Cericola sottolinea quanto sia preziosa questa rete spontanea: «Spesso chiediamo ai nostri alunni di aiutarci con la traduzione, magari in albanese, arabo, cinese. E lo fanno con orgoglio. Si crea un clima di collaborazione e umanità che è una grande forza della nostra scuola».

Un esempio? «Abbiamo organizzato la prima edizione della “festa di primavera”, integrando la Dita e Verës, la ricorrenza albanese. Le mamme hanno cucinato piatti tipici, i bambini hanno raccontato tradizioni». Anche durante le merende – aggiunge Piancastelli – i bambini ci tengono che tu assaggi il loro snack tipico, una torta del Ramadan, un biscotto dell’Est Europa. Sono momenti di gioia semplice ma profondissima».

Enrica Rivalta parla con passione della forza della quotidianità: «L’inclusione non avviene solo con grandi progetti, ma nelle otto ore che viviamo ogni giorno. È lì che si costruisce. Una volta, in una classe abbiamo creato una lunga catena di bandiere del mondo con i bambini: ognuno ha portato un pezzo di sé. E poi la cucina: dalla spoia lorda preparata con le nonne romagnole ai biscotti dell’Est, c’è spazio per tutti». E aggiunge: «Mi chiedono spesso: “Ma alla Pirazzini voi docenti come vi trovate?”. E la mia risposta è sempre la stessa: bene. Perché questa è una realtà che ci fa stare bene. Ci interroga, ci mette alla prova, ma ci arricchisce ogni giorno».

“Solo chi ha imparato a convivere con l’altro sui banchi di scuola, avrà meno paura del futuro”

Uno degli stereotipi più diffusi è che queste classi abbiano un livello più basso di apprendimento. «È un falso mito – afferma Cericola –. Le difficoltà non hanno passaporto. Ho avuto bambini arrivati senza conoscere l’italiano, che oggi frequentano con successo il liceo classico. Un bambino albanese che ricordo con affetto oggi studia Matematica all’università».

Torna poi alla mente una bambina ucraina arrivata da Odessa, durante la guerra. «All’inizio era spaesata- ricorda -, fragile. I compagni l’hanno aiutata tantissimo, e in pochi mesi ha imparato l’italiano. Ma non solo: ci ha fatto riflettere. Mentre raccontava della sua esperienza difficile, ci ha insegnato il coraggio. Ascoltarla ci ha costretto a rivedere le nostre priorità. Ha portato con sé una nuova lente per leggere la realtà». E Piancastelli ribadisce: «Il nostro approccio didattico è diverso dal passato, non più frontale. Lavoriamo per laboratori, con una modalità chiamata “Dada-logica”. Questo favorisce non solo chi deve imparare la lingua, ma stimola la collaborazione, il pensiero critico, l’apertura. Al centro c’è anche dare un nome alle proprie emozioni».

Come vivono i bambini la loro identità “mista”? «Con grande naturalezza – dice Piancastelli –. Sono fieri delle proprie origini, ma i bambini hanno una grande capacità di adattamento. Hanno tanto da insegnare agli adulti. Parlano del Ramadan o del Natale con la stessa serenità, si interrogano su religione, valori, storie familiari. È bellissimo vedere come partendo da un gioco si arrivi a domande profonde, perfino teologiche per certi versi. Loro superano i confini che noi adulti a volte ancora fatichiamo ad abbattere».

Il tema delle famiglie: “La scuola è un luogo dove non solo si imparano competenze, ma si costruisce la comunità”

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Uno degli aspetti più delicati è il coinvolgimento delle famiglie. «A volte – ammette Rivalta – il bambino è integrato, ma i genitori faticano di più. Per questo stiamo lavorando su moduli Pnrr che coinvolgano direttamente le famiglie, anche di seconda generazione. La scuola non è solo il luogo dove si impara l’italiano, ma dove si costruisce comunità». Rivalta sottolinea un obiettivo più grande: «Vorremmo che anche le famiglie italiane superassero certe remore. Che capissero che la multiculturalità non è una perdita, ma un guadagno. Perché il mondo che ci aspetta sarà sempre più variegato. E solo chi ha imparato a convivere con l’altro sui banchi di scuola, avrà meno paura del futuro».

«Ogni giorno, come insegnanti – conclude Piancastelli – ci mettiamo in discussione. Sappiamo che stiamo preparando cittadini del mondo. Ogni cambiamento può spaventare, ma se vogliamo accoglierlo davvero, dobbiamo partire dalla scuola. Speriamo di essere, nel nostro piccolo, un segnale di speranza».

 Samuele Marchi