A volte bastano poche parole per evocare un intero passato. È il caso della frase «Solo l’Occidente conosce la Storia», contenuta all’inizio delle nuove linee guida ministeriali sull’insegnamento della Storia per le scuole elementari e medie. Una frase che, a una prima lettura, lascia perplessi per uno stile e un linguaggio che sembrano di cento anni fa, dal sapore di imperialismo coloniale. E solleva interrogativi sul modo in cui intendiamo educare le nuove generazioni.

Non si tratta di negare l’importanza della tradizione storica europea. Ma quella frase, così netta, rischia di trasmettere una visione parziale e riduttiva della storia umana: come se solo una parte del mondo avesse memoria, passato, voce. In un tempo in cui la convivenza tra culture diverse è una realtà quotidiana, non possiamo permetterci una visione che separa, che contrappone, che costruisce gerarchie tra civiltà.

L’insegnamento della Storia, più che mai, dovrebbe aiutare a comprendere le radici comuni, le differenze, i legami che attraversano i secoli e i continenti. Le parole che usiamo non sono mai neutre: formano coscienze, orientano sguardi, appartenenze. Proprio nella scuola – nella passione di tanti insegnanti, nella curiosità dei ragazzi – vediamo ogni giorno il segno di una speranza concreta. Una scuola che, nonostante le difficoltà, continua a educare al pensiero critico, alla ricerca della verità, all’incontro con l’altro. E da lì possiamo ripartire. Non con nostalgie o rimpianti, ma con uno sguardo rivolto al futuro. Perché la Storia – quella con la “S” maiuscola – non è patrimonio esclusivo di un continente, ma voce plurale dell’umanità.

Samuele Marchi