“Adolescence”, la serie di cui oggi molto si parla, è inglese: è bellissima nella forma e nella sostanza, quattro episodi di un’ora tutti girati in piani sequenza, senza stacchi, immagino con qualche piccolo e legittimo accorgimento.E’ nella top ten di 71 Paesi nel mondo: a partire da un grave fatto di cronaca che nessuno riesce a considerare estraneo, un ragazzino di 13 anni accusato di omicidio, ma che alla fine resterà sullo sfondo e obbligherà tutti a confrontarsi con se stessi più che a giudicare dall’esterno.Protagonisti una famiglia semplice e onesta, che ci rimanda ai film di Ken Loach, gli investigatori, una psicologa.

Ogni puntata racchiude un momento, vicino nel tempo, passa solo una manciata di mesi: nel primo episodio la polizia, con un ispettore capo, un sergente e alcuni poliziotti, irrompe e sfonda all’alba la porta di casa, come ci fosse il Padrino, per arrestare Jamie, un ragazzino assonnato (un bravissimo attore, 13 anni, debuttante) che viene portato in custodia, interrogato e perquisito, sempre dichiarandosi estraneo ai fatti; nel secondo, tre giorni dopo, i poliziotti vanno a indagare nella scuola, interrogando i compagni e i professori; nel terzo, il più spietato, assistiamo, sette mesi dopo, al colloquio a due tra il ragazzo e la psicologa soprattutto sui rapporti con le ragazze e sul suo aspetto fisico; nell’ultimo, passati tredici mesi, osserviamo da vicino le dinamiche della famiglia e sentiamo la telefonata del figlio che fa gli auguri al padre nel giorno in cui compie cinquanta anni.

Non si tratta di uno spoiler: è il desiderio di capire il perché e di indagare sui segreti usi e costumi social dei giovani, gli effetti devastanti del cyber bullismo, la cosiddetta cultura della contrapposizione sessista che mina non solo l’intelligenza, ma anche la sensibilità dei rapporti.Non si vede il delitto, solo un video da lontano, si tratta di andare “oltre” e di interpretare le rabbie e le tenerezze di questo ragazzo che prima nega l’addebito ma poi sente il peso di una grande colpa e di un rimorso incolmabile nei confronti della famiglia e in particolare del padre, che non può evitare di chiedersi quale sia la sua parte di colpa.

La serie ci fa vedere come la finzione dell’opera cinematografica o televisiva spieghi anche l’irrazionale della vita con tutti i suoi strumenti, anche momenti estremi che vorremmo considerare irreali, ma purtroppo lo sono sempre meno.In fondo non conta come va a finire, ma che ci aiuti a guardare dentro noi stessi.

Tiziano Conti

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