Claudia, nome di fantasia, è la mamma di un ragazzo della provincia di Ravenna che da 7 anni è ‘ritirato in casa’ un hikikomori. «È stato graduale – racconta Claudia – ed è iniziato con la scuola. La mattina trovava ogni occasione per non andare o per arrivare tardi. Siamo arrivati in terza media al limite delle assenze, ma speravo che con il passaggio alle superiori cambiasse tutto. Ma così non è stato». La vita del figlio di Claudia è racchiusa nella sua stanza da sette lunghi anni: «Una vita ritirata, come dice il termine hikikomori, vedo che compra tanti libri, alcuni di tipo motivazionale. Ho scoperto che è bravissimo in inglese e io non lo sapevo nemmeno. Con me parla pochissimo se non per le cose essenziali. I rapporti con i coetanei avvengono solo via chat, telefono, computer. Ho scoperto da poco che va da uno psicologo solo perché gli è caduta una ricevuta dai pantaloni. Qualche piccolo passo lo ha fatto. Speriamo continui».

“Ho dovuto scoprire da sola di che tipo di problema si trattasse. Scuola e Ausl, all’epoca, non avevano figure adatte”

Capire che tipo di problemi avesse suo figlio per Claudia non è stato facile: «Di fronte alle sue assenze a scuola, non sapevo cosa fare. Pensavo che fossero collegate a un professore che lo metteva a disagio. Saltava scuola, all’inizio, sempre lo stesso giorno». Il cambio con le superiori doveva essere la svolta, invece la situazione è peggiorata: «È stato un calvario – continua Claudia –. Credo che abbia fatto una settimana di lezioni in tutto il primo anno». La mamma lamenta di non avere trovato qualcuno nelle istituzioni che potesse aiutarla, consigliarla: «A scuola mi hanno subito chiamato per le assenze, ma ho dovuto scoprire da sola di che tipo di problema si trattasse. Anche gli psicologi a cui mi ero rivolta non sapevano nulla di questa sindrome. Ho chiesto aiuto all’Ausl, ma mi hanno risposto che non avevano figure adatte».

“La sensazione di impotenza all’inizio è devastante”

La solitudine nei momenti difficili ha portato Claudia a cavarsela da sola: «Ero disperata. La sensazione di impotenza all’inizio è devastante. Nessuna istituzione mi ha saputo dare delle risposte. Non trovavo nulla, mi sono letta tutti i libri sui disagi dell’adolescenza, finché ho trovato un libro di Matteo Lancini, un pioniere in questo campo, e ho capito. Da lì ho cercato su internet e ho scoperto l’associazione italiana Hikikomori. È nato così il mio percorso».

Poter parlare con altri genitori che si trovavano nella stessa sua situazione è stato essenziale: «L’associazione è stata utile perché mi ha fatto capire cosa stava accadendo e che non ero l’unica. Oggi non ne faccio più parte, ma all’epoca sono stata la referente del gruppo di Ravenna ed eravamo in sette genitori con figli hikikomori. Erano tanti i contatti telefonici e le richieste che ricevevo, perché come genitore la prima cosa che ti chiedi è “dove ho sbagliato?”. Ti viene da colpevolizzarti». Claudia non si è scoraggiata. Continua: «Ho fatto un percorso terapeutico di cinque anni. Noi genitori ci dobbiamo mettere davanti per primi, ma non tutti sono in grado».

Il percorso assieme all’associazione italiana Hikikomori: “un cammino che ci coinvolge tutti e che sta dando frutti”

Claudia si è accorta che la prima cosa che doveva fare «era cambiare, perché il mondo di mio figlio è la famiglia: siamo io, sua sorella e lui. Il papà è mancato quando ero incinta. Quindi se non sono io che gli porto il cambiamento da fuori, lui non muta il suo stile di vita. Ho coinvolto anche i miei genitori, anche se capisco che per generazioni più grandi sia difficile adeguarsi. Anche mia figlia si è rivolta a uno psicologo per affrontare il momento difficile, ma sono state tutte spese a nostro carico, e in casa lavoro solo io. Sono grandi sacrifici». Qualche passo Marco (nome di fantasia) lo ha fatto, conclude Claudia: «Ha preso la patente, è andato due mesi con la sorella a lavorare nel magazzino di una grande azienda. Spero che raccontare la mia esperienza possa aiutare altri genitori».