“Mi dispiace ragazzo. Avrei potuto fare di meglio”. Questa frase, pronunciata dal padre di Jamie nell’ultima scena della serie Netflix Adolescence, risuona come un atto di resa. Un padre che ammette il proprio fallimento davanti a un figlio tredicenne incarcerato con l’accusa di aver ucciso una compagna di scuola. Ma questa non è solo la storia di Jamie: è la storia di una generazione che cresce in un vuoto educativo, senza punti di riferimento solidi, in una società che sembra aver smarrito la bussola.

Alberto Pellai, psicoterapeuta e divulgatore, riflette sulla potenza emotiva di questa serie, mettendo in luce la necessità di una genitorialità rinnovata. Il modello educativo tradizionale è stato abbandonato, ma uno nuovo ancora fatica a prendere forma. Gli adulti di oggi si trovano a navigare un mare in tempesta senza una mappa, mentre i figli cercano disperatamente validazione attraverso i social media, strumenti che alimentano un bisogno costante di rispecchiamento e approvazione.

Il dramma di Jamie diventa così una metafora del disorientamento collettivo: preadolescenti fragili, costretti a crescere troppo in fretta, incapaci di costruire un’identità solida. Il vuoto etico e la mancanza di empatia trasformano l’adolescenza in un periodo di conflitto, dove invece di allearsi, si diventa l’uno contro l’altro. La scena più disturbante – Jamie che dorme con un orsacchiotto la notte prima di essere arrestato per omicidio – racchiude il paradosso della crescita odierna. Bambini ancora piccoli, ma capaci di atti spaventosi, mentre gli adulti li perdono di vista. “Il problema è che ho perso di vista mio figlio”, ammette il padre di Jamie. Ma forse il vero dramma è che l’intera società ha perso di vista il proprio ruolo educativo.

Adolescence non offre risposte facili, ma pone domande urgenti. Turba, scuote, obbliga a riflettere. E per questo va vista. Pellai suggerisce di affrontarla anche insieme ai figli, a partire dai 17 anni, o in co-visione con adolescenti più giovani, per trasformarla in un’opportunità di dialogo.

Perché se c’è una cosa certa, è che non possiamo più permetterci di perdere di vista i nostri ragazzi.