Calo di ansia e stress, miglioramento dell’umore e delle funzioni cognitive, aumento della capacità di comunicare, calo di dolore e agitazione, potenziamento delle abilità motorie. Sono solo alcuni dei vantaggi della musicoterapia, che utilizza suono e musica per favorire il benessere fisico, emotivo e relazionale. Attraverso strumenti come l’ascolto attivo, l’improvvisazione e la produzione musicale, il paziente viene aiutato a esprimere le proprie emozioni, a migliorare le capacità cognitive e a favorire l’interazione sociale.

“Non è un’attività ricreativa, ma una pratica terapeutica con basi scientifiche”

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Una seduta di musicoterapia con un bambino

«Utilizziamo l’elemento sonoro-musicale come mediatore e strumento terapeutico e riabilitativo», spiega Sofia Visani, giovane musicoterapeuta faentina che lavora tra Faenza e Castel Bolognese, collaborando con diverse figure professionali come psicologi, logopedisti e psicomotricisti. Ma come si diventa musicoterapeuti? «Ci sono due strade – spiega Sofia -. Frequentare corsi accademici privati, come ho fatto io, oppure specializzarsi nei conservatori, dove da due anni è possibile seguire un percorso dedicato». Dopo aver studiato musica presso varie scuole, Sofia ha scelto di laurearsi in Educazione sociale per poter unire «cura, educazione e musica, le mie grandi passioni». Nonostante l’efficacia dimostrata da numerose ricerche scientifiche, la musicoterapia fatica ancora a essere riconosciuta come parte integrante della medicina tradizionale. «A Forlì e Cesena è già stata inserita nei percorsi ospedalieri, mentre nelle città più grandi è presente in reparti di pediatria, oncologia, lungodegenza e riabilitazione. A Faenza, ancora non esistono interventi di questo tipo», dice Sofia. Il bacino d’utenza potenziale è ampio e include persone con disabilità, disturbi cognitivi o emotivi, ma anche chi, pur non avendo patologie, ha bisogno di un canale espressivo alternativo. «Attualmente lavoro con persone con sindrome di Down, disturbo ossessivo-compulsivo, sindromi rare come San Filippo, Angelman e sclerosi tuberosa, autistici e neurotipici». La musicoterapia, aggiunge Sofia, non è un’attività ricreativa, ma una pratica terapeutica con basi scientifiche. «Facilita l’espressione e l’organizzazione dei vissuti emotivi. L’elemento sonoro è in grado di svolgere un ruolo motivante e modellante, a livello riabilitativo ed emotivo».

Le sedute di musicoterapia: come funzionano e quali vantaggi offrono

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Sofia Visani durante una seduta di musicoterapia

Come funziona una seduta di musicoterapia? «I progetti sono personalizzati. Durante le sedute si suona insieme, si ascolta musica, si canta, si balla, si dipinge. Il mio approccio è integrato». Ogni intervento viene calibrato in base alle capacità della persona. «Con una ragazza che fatica a parlare, utilizziamo canzoni che le piacciono e, piano piano, ha iniziato a cantare. Con persone non verbali lavoriamo su strutture semplici, come la turnazione del suono. Questo esercizio si trasforma in un’abilità relazionale». L’obiettivo non è mai estetico, ma terapeutico. «Le produzioni delle sedute non sono performance musicali, ma interazioni sonore che aiutano a elaborare emozioni e a sviluppare competenze». Gli effetti positivi della musicoterapia sono evidenti anche nei casi più complessi. «Lavorando con un bambino affetto da sindrome di San Filippo, una malattia neurodegenerativa, dopo un anno di terapia siamo riusciti a ottenere un miglioramento nell’inseguimento visivo e motorio legato all’ascolto musicale – racconta Sofia -. Nonostante la patologia comprometta la memoria, dopo due mesi ha ripetuto una melodia che cantavamo insieme». Un altro esempio riguarda un paziente con sindrome dell’X fragile, caratterizzata da deficit cognitivi e difficoltà emotive: «Grazie alla musica è riuscito a verbalizzare un’emozione per la prima volta, dopo averla contattata attraverso l’ascolto di un brano». La musicoterapia non agisce da sola, ma deve essere integrata in un percorso multidisciplinare. «È necessario un lavoro di squadra con psicologi, logopedisti e altri specialisti per ottenere un risultato vero. Non si tratta di “curare con la musica”, ma di sfruttare il suono come strumento terapeutico». Attualmente, la sua attività è rivolta in particolare agli adulti. «La parte biologica ci rende più rigidi man mano che cresciamo. Il lavoro con gli adulti richiede più tempo. Con bambini e adolescenti c’è maggiore margine di miglioramento». Infine, la musicoterapia si rivela utile anche nel trattamento dei traumi legati all’alluvione. «Molti suoni legati al disastro, come le sirene, restano impressi nella mente e generano ansia. Lavorare su questi suoni in modo terapeutico aiuta a rielaborarli e trasformarli».

Barbara Fichera