«Si può bere l’acqua di quella fontana?». Negli ultimi giorni si è acceso il dibattito sulla qualità delle acque potabili in seguito al rapporto di Greenpeace Acque senza veleni che ha evidenziato la presenza di molecole Pfas nelle acque di Ravenna e Faenza. Nello specifico, lo studio pone sotto i riflettori un rilevamento nella fontana pubblica tra via Marconi e via Batticuccolo. Per fare chiarezza sulla questione analizzandola in tutti i suoi aspetti, abbiamo intervistato Giuseppe Bortone, direttore generale di Arpae Emilia-Romagna, per approfondire il lavoro di monitoraggio dell’Agenzia e il reale stato della qualità delle acque. «L’acqua potabile nella nostra regione è sicura e costantemente monitorata – precisa Bortone -. Studi come quello di Greenpeace sono importanti per sensibilizzare l’opinione pubblica, ma è essenziale non creare allarmismi ingiustificati. L’obiettivo deve essere aumentare la consapevolezza di questo tema tra i cittadini e adottare strategie concrete per migliorare sempre di più la qualità delle nostre acque».
Intervista a Giuseppe Bortone (Arpae Emilia-Romagna): “I monitoraggi sono costanti e non indicano livelli di pericolosità. Dare spazio ai fiumi migliorerebbe anche la qualità delle nostre acque, e questo tema si intreccia con l’alluvione”

Dottor Bortone, qual è il ruolo di Arpae nella gestione e nel controllo della qualità delle acque?
Arpae si occupa del monitoraggio delle acque superficiali e sotterranee, incluse quelle destinate alla potabilizzazione. Monitoriamo inoltre le acque di transizione, come laghi e valli umide, e le acque marino-costiere. In totale, in Emilia-Romagna controlliamo 454 corpi idrici attraverso 272 stazioni di monitoraggio, operando con più prelievi e misurazioni durante tutto l’anno per avere un quadro complessivo della qualità dell’acqua. Infatti studi puntuali o a spot non sono sufficienti a fornire un’analisi accurata.
Qual è l’obiettivo di questi monitoraggi?
Le normative europee e nazionali impongono di raggiungere lo standard di qualità “buono” per le acque entro il 2027. La situazione è generalmente soddisfacente: i corsi d’acqua appenninici rientrano totalmente nei parametri richiesti, mentre in pianura la qualità è spesso “sufficiente”. Questo è dovuto alla morfologia del territorio e all’artificializzazione dei corsi d’acqua. Inoltre, le portate dei fiumi si riducono a causa dei sempre maggiori periodi di siccità e dei prelievi, peggiorando la qualità dell’acqua. Il miglioramento delle condizioni idro-morfologiche e la gestione corretta del deflusso sono essenziali per ottenere un livello “buono” ovunque.
Cosa ci dicono i dati più recenti sulla qualità delle acque?
I dati mostrano un progressivo miglioramento della qualità. Tuttavia, in alcune zone di pianura non abbiamo ancora raggiunto il livello ottimale. È necessario lavorare sulla rinaturalizzazione dei fiumi e dare loro più spazio: questo aiuta non solo a migliorare la qualità dell’acqua, ma riduce anche il rischio di esondazioni, come dimostrato dagli eventi alluvionali recenti. In questo senso la qualità delle acque si lega in maniera stretta al tema delle alluvioni, con benefici su entrambi i fronti.
Passiamo al tema dei Pfas. Cosa sono e perché destano preoccupazione?
I Pfas sono sostanze con un legame carbonio-fluoro che le rende molto resistenti alla degradazione, tanto da essere definite “inquinanti eterni”. Sono utilizzati in numerosi prodotti, come impermeabilizzanti per tessuti, vernici, contenitori per alimenti e detergenti. Purtroppo, la loro diffusione nell’ambiente avviene attraverso scarichi industriali e altre fonti di inquinamento diffuso. Il problema principale è la loro persistenza e capacità di accumularsi nei tessuti umani, con possibili effetti tossici sul fegato, il sistema immunitario e l’alterazione ormonale.
I dati di Greenpeace parlano di concentrazioni di Pfas nelle acque di Ravenna e Faenza più alte di altre città, sebbene entro i limiti di legge. Cosa emerge dai monitoraggi di Arpae?
Dal 2019 Arpae monitora 25 tipi di Pfas nelle acque superficiali e sotterranee, selezionati sulla base delle priorità indicate dall’Oms e dalla Commissione Europea. Dai nostri dati, un solo composto, il Pfos, supera in alcune situazioni lo standard di qualità ambientale per le acque superficiali. Le prime limitazioni all’uso di questo composto nell’Ue sono del 2006, quindi è fondamentale continuare a monitorarlo e non bisogna abbassare la guardia. Tuttavia, nelle acque sotterranee non si registrano superamenti degli standard di qualità ambientale. Specifico che si tratta di alcuni rilevamenti nelle acque superficiali, non in quelle potabili.
E per quanto riguarda queste ultime?
L’acqua potabile è soggetta a un rigido quadro normativo definito dal Decreto Legislativo 18/2023, che stabilisce soglie precise per 24 dei 25 Pfas monitorati. Dai dati disponibili, non risultano superamenti di questi limiti nelle acque potabili della nostra regione. Gli impianti di trattamento esistenti sono in grado di abbattere le concentrazioni di Pfas rilevate, garantendo la sicurezza dell’acqua distribuita ai cittadini.
Entriamo più nello specifico. Greenpeace ha citato in particolare il Tfa (acido trifluoroacetico), riscontrato anche a Faenza. Di cosa si tratta?
Il Tfa è una sostanza altamente solubile in acqua e poco degradabile. A differenza di altri Pfas, è presente anche in natura, ma la maggior parte deriva dalla degradazione di diverse sostanze chimiche. Si trova, ad esempio, nei solventi e nei refrigeranti utilizzati nei sistemi di condizionamento, che hanno sostituito i vecchi Cfc dannosi per l’ozono. Può essere che la più alta concentrazione negli ultimi anni di Tfa dipenda proprio da questi nuovi sistemi refrigeranti. Detto questo, l’Oms sta ancora studiando i suoi effetti sulla salute, motivo per cui non esistono limiti normativi precisi. Per avere un riferimento, l’Agenzia federale tedesca per l’ambiente ha fissato un limite di 60.000 nanogrammi per litro come potenziale rischio per la salute, mentre i livelli riscontrati a Faenza si attestano sui 170 nanogrammi per litro, dunque ampiamente al di sotto di tale soglia.
Come si può migliorare la qualità delle acque in futuro?
Arpae sta lavorando al Piano di tutela delle acque 2030 della Regione, che prevede misure per la rinaturalizzazione dei corsi d’acqua, l’uso di zone filtro con vegetazione per trattenere gli inquinanti e il potenziamento degli impianti di trattamento delle acque reflue urbane e industriali. La prevenzione alla fonte resta fondamentale, inutile girarci intorno: serve una riduzione dell’uso dei Pfas nei processi industriali e una maggiore consapevolezza nell’ottica dell’economia circolare. Per un’acqua più salutare serve ridurre l’inquinamento e migliorare il riciclo delle risorse.
Samuele Marchi














