Domenica scorsa era il giorno della Candelora; ottant’anni fa Checco, mio padre, proprio e’ dè dla Zariôla fu protagonista di un fatto piuttosto singolare di cui ho sentito spesso parlare in casa e ve lo voglio raccontare. A Scavignano, la parrocchia a monte di Marzeno sulla strada per Modigliana, il giorno della Purificazione della Vergine Maria era da sempre festa grossa e lo fu anche il 2 febbraio del 1945. Si era ancora in guerra con il fronte fermo sulla linea del Senio, ma la vallata del Marzeno era stata liberata da un paio di mesi dall’esercito alleato di cui facevano parte anche alcuni reparti di soldati polacchi.
La convivenza con l’esercito polacco
Un gruppetto di loro si era insediato alle Balze per tenere sotto controllo la zona di Scavignano e il territorio circostante. Nonostante fossero i liberatori non godevano però di molta simpatia fra la popolazione locale per via che, molto devoti e presenti durante le funzioni, una volta che uscivano dalla chiesa prestavano parecchia attenzione alle donne e alla roba altrui. I miei allora erano mezzadri al Rio Paglia, l’ultimo podere di Scavignano di proprietà dei Casalini di Modigliana, che ha preso il nome da E’ Re dla Pàja, il fosso che lo costeggia e che proprio lì va a gettarsi nel Marzeno. Erano stati segnati duramente dalla guerra sia per la morte di Aldo, prigioniero in campo di concentramento, sia per i molti pericoli che avevano affrontato in quegli ultimi mesi: erano stati messi al muro per un giorno intero dai tedeschi che li accusavano ingiustamente di sabotaggio e più di una volta avevano corso il rischio che Checco e Guido, tornati a casa dopo l’8 settembre, venissero scoperti e deportati pure loro.
La festa della Candelora
Scampati al peggio, adesso cercavano di ritrovare un po’ di normalità e la mattina di quel 2 febbraio, anche se era freddo e c’erano quattro dita di neve in terra, erano andati tutti, tranne Checco, a Scavignano per partecipare alle varie messe che si succedevano fino alla messa cantata e portare a casa la cera benedetta. Checco, rimasto al Rio Paglia da solo, aveva tagliato il fieno dal pagliaio, l’aveva portato nella stalla e aveva finito di governare la decina di bestie che, dopo la requisizione dei buoi e di un paio di vacche, erano riusciti a sottrarre alle razzie dei tedeschi tenendole nascoste lontano da casa, nel fitto della macchia che copriva i fianchi della collina dall’altra parte del fosso.
Sbrigato quel che c’era da fare, Checco pensò che gli restava il tempo, prima che gli altri tornassero da Scavignano, di farsi il bagno nella stalla. Quella sera infatti nel vicino podere di Musiôl Mör si ballava e lui voleva fare bella figura con l’Angiolina del Casone che gli aveva fatto sapere che ci sarebbe andata; era da prima dell’inverno che si parlavano, che lui ci ronzava attorno e quell’invito lo faceva sperar bene. Mise sul fuoco un bel paiolo d’acqua e intanto che quella si scaldava portò fra le poste delle bestie la mastella, una sedia, il sapone e i panni per cambiarsi.
Il tentato furto del maiale
Rovesciò poi l’acqua che fumava, si svestì, si mise a mollo e si stava ancora insaponando quando si spalancò la porta della stalla ed entrò urlando la Zelësta: «Cor, Checco, cor ch’o j ‘è du polëc ch’i pôrta via e’ pôrc!». Quello era l’unico maiale che gli era rimasto ed era scampato alla fame dei tedeschi per via che l’avevano tenuto nascosto in un piccolo recinto in mezzo a la tëra de furmintõ. Rimesso nello stalletto ai primi di dicembre lo stavano ingrassando con le tante ghiande che c’erano quell’anno e, alla luna buona ormai vicina, erano pronti per fare la pcarèja. Dopo un attimo di esitazione Checco saltò fuori dalla mastella, nudo com’era e mezzo insaponato, afferrò il primo forcale che gli capitò a tiro e uscì di corsa, scalzo sulla neve ghiacciata che copriva l’aia, urlando con tutta la voce che aveva: «E’ pôrc al lassì a lè, cvèl a se magne˜ pu nô!». I due polacchi, uno dentro lo stalletto e l’altro fuori, impegnati a spingere e a tirare il maiale che non aveva nessuna intenzione di dar fuori, se lo videro arrivare addosso come una furia e mollarono l’animale scappando giù per la discesa che immetteva sulla strada per Modigliana. Lui, sfilando una corona di robacce, li inseguì fin quasi a Musiolino, senza badare alla Zelësta che dall’alto dell’aia lo implorava di ritornare a casa. Fatto finalmente dietrofront, rientrò a Rio Paglia, appoggiò il forcale all’uscio della stalla, si infilò dentro la mastella e quell’acqua, che pur si stava raffreddando, gli sembrò ancor più calda di quanto non lo fosse prima.
P.S. Al Teatro dei Filodrammatici L. A. Mazzoni sabato 8, domenica 9, venerdì 14 e sabato 15 febbraio alle ore 21; domenica 16 alle ore 16 la Filodrammatica Berton con la regia di Daniele Tassinari presenterà Il vero ispettore Hound, un coinvolgente, misterioso ed esilarante giallo.
Prenotazioni al numero di cellulare 377 3626110, su Whatsapp attivo tutti i giorni. Oppure acquistare i biglietti direttamente nelle serate e nel pomeriggio di spettacolo.














