Se ormai è assodato che il Carnevale affonda le radici in epoche lontane, poco si sa di quello che accadeva nelle nostre campagne, quando il tempo della festa segnava l’ultimo periodo dell’inverno. Nel territorio faentino aveva caratteristiche uniche, legate alla cultura contadina e ai ritmi della vita rurale. Prima delle grandi sfilate con carri allegorici, il Carnevale aveva una dimensione semplice e spontanea.

La prima testimonianza documentata risale all’età napoleonica, grazie ai parroci

«Una tradizione antichissima – spiega Mauro Gurioli, esperto di storia e tradizioni romagnole – ma molto diversa dai carri che conosciamo oggi. Esisteva questa sorta di maschere, chiamate in dialetto La Vècia, che passavano di casa in casa vestite con camicioni e la faccia sporca di fuliggine, ricevendo in dono un po’ di cibo». Dietro al viso nero di carbone potevano nascondersi indifferentemente uomini e donne. La prima testimonianza documentata del Carnevale in Romagna risale all’età napoleonica, nel 1811, quando i parroci locali furono incaricati di descrivere usi e costumi della popolazione. «Furono loro per primi a documentare il Carnevale – spiega Gurioli -, ma lo detestavano perché in quei giorni la gente ballava e si lasciava andare agli eccessi. Era un momento di grande libertà, e proprio per questo malvisto dalle autorità religiose».

Celebrazioni di strada e primi carri

carnevale
Imburnêda tratta dal libro È mònd quand ch’a sera znèn di Angelo Emiliani

Anche le celebrazioni di strada avevano un’impronta popolare, legata alle campagne. «Fino agli anni ’50, le parrocchie si organizzavano alla meno peggio. Prendevano carri agricoli trainati da buoi o cavalli, li abbellivano con rami di edera o sempreverdi e la gente vi saliva con abiti buffi, realizzati in casa. Il più caratteristico era quello da pagliaccio (foto sopra), realizzato con foglie di granoturco. C’era poi chi si tingeva la faccia con la fuliggine del camino o con il nero dei sugheri bruciati. Per questo le feste si chiamavano Iburnêd (neri di fumo). La più famosa è l’Imburnêda di Santa Lucia sopravvissuta fino ai giorni nostri». Erano, di fatto, gli antesignani dei moderni carri allegorici, ma anche sinonimo di povertà perché ancora non si disponeva neppure di maschere, (le cosiddette mascarede nacquero infatti più tardi). I carri facevano il giro della parrocchia sostando nelle aie delle case di campagna, dove venivano accolti da musica, dolci e vino a fiumi.

“Si ballava in stalle cucine e solai, era un’occasione per trovare moglie o marito”

Il Carnevale non era solo l’unico momento dell’anno in cui si poteva ballare, ma una rarissima occasione di socializzazione. «Era il periodo in cui si formavano le coppie di futuri sposi» racconta Gurioli. Questo, ovviamente, se il proprietario lo concedeva, visto che si trattava nella maggior parte dei casi di contadini mezzadri. «Se non c’era il divieto nei patti colonici – precisa Gurioli – allora si ballava ovunque: cucine, stalle e solai, spesso puntellati da travi per paura che crollassero».

I dolci di Carnevale fritti nello strutto: “Era il periodo in cui si macellava il maiale”

Le feste erano accompagnate, oltre che dal vino, dai dolci, fritti rigorosamente nello strutto perché, ricorda Gurioli «il maiale si macellava nel periodo compreso tra Natale e metà febbraio». Via libera dunque alle castagnole, che in collina si chiamavano gnocchetti, rese celebri dalla ricetta di Pellegrino Artusi, alle sfrappole e alle tagliatelle fritte che, dalle nostre parti, si chiamavano lisegn asciutte, per distinguerle dalle lasagnine finissime che si facevano in brodo. Venivano arrotolate, tagliate a strisce, fritte e bagnate in zucchero e limone. Infine l’immancabile pié freta salata, oppure dolce.

La Quaresima e gli stratagemmi per rompere astinenze e digiuni

Allo scoccare della mezzanotte del martedì grasso, però, come per Cenerentola, l’allegria della festa lasciava spazio al rigore più austero per 40 giorni: niente dolci, né vino e pochissima carne. Ad avvertire la popolazione ci pensavano i parroci, che con le campane scandivano non solo il ritmo della giornata, ma come potenti mass media comunicavano i principali avvenimenti di città e villaggi. «Alle 22 i preti suonavano una campana detta la lôva – spiega Gurioli – che significava: finite di mangiare e smettete di ballare, perché mancano due ore alla mezzanotte». E proprio per mitigare queste restrizioni, la tradizione popolare ha trovato nei secoli parecchi stratagemmi. Con un conteggio rigoroso delle domeniche di Quaresima, infatti, ci si inventò la Segavecchia, che cade sempre di giovedì, a metà Quaresima. In molte località, come Cotignola, si metteva in scena il rogo di un fantoccio che rappresentava l’anno vecchio. «Si tratta di una tradizione secolare, documentata già nel 1400 – ricorda Gurioli – era un rito propiziatorio per i raccolti». A Faenza, invece, vennero istituite la Domenica di San Lazzaro, famosa fin dagli esordi per i tortelli, e quella del Paradiso, che si svolge tutt’ora. «Anche ai cappuccini – ricorda Gurioli – si facevano feste grandiose nelle case, per interrompere il digiuno quaresimale».

Barbara Fichera