Un tributo all’Appennino che è, insieme, un richiamo alla bellezza dimenticata della natura e un monito a preservarla. Lo scorso 7 dicembre, il Museo diocesano di Faenza ha inaugurato la mostra Indelebili tracce, un progetto espositivo dedicato all’arte contemporanea e che ospita, tra gli altri, i lavori di Enrico Versari in dialogo con le opere di Paola Babini. Nato a Faenza nel 1975, Versari porta in questa occasione una profonda esplorazione pittorica dell’Appennino tosco-romagnolo, attraverso luoghi simbolici come Marradi, Popolano, Vallombrosa e Olmatello. Un viaggio nella natura che, per l’artista, è anche un percorso di conoscenza interiore e di riflessione filosofica. «La dimensione del paesaggio mi ha sempre appassionato», racconta Versari. Il suo approccio si discosta dalle convenzioni accademiche: nei boschi, nelle faggete e nei ponti abbandonati, l’artista cerca un «sguardo periferico», libero dalla prospettiva centrale e dalle fughe canoniche. Questo tipo di visione, secondo Versari, diventa quasi una meditazione, una riflessione sulla percezione del mondo e sul modo in cui la mente interpreta ciò che osserva. Come i macchiaioli, ma con una prospettiva innovativa, Versari lavora en plein air, cogliendo la fugace essenza del paesaggio.
Ricucire un legame spezzato con la natura
La mostra nasce grazie all’intuizione del curatore Giovanni Gardini, direttore del Museo diocesano, che ha riconosciuto nelle opere di Versari una capacità di coniugare tradizione e innovazione. «Il viaggio artistico che propongo non è un ritorno al passato – precisa l’artista -, ma una proiezione verso il futuro, verso un nuovo modo di rappresentare la natura, capace di ricucire un legame a volte spezzato». Le opere di Enrico Versari sono il risultato di una ricerca tecnica e cromatica profonda. Tele e tavole dorate, superfici lucide di rame e alluminio diventano il supporto per paesaggi che sfiorano l’astratto, dove luce e colore vibrano in un dialogo continuo. «Un bosco non è solo un’emozione estetica – spiega Versari -, ma una dimensione spirituale. È nella natura che l’uomo riscopre la propria fragilità e percepisce un disegno più grande di sé».
Dipingere l’Appennino significa riaffermarne l’importanza, in un momento storico in cui queste aree sono spesso trascurate

Una delle caratteristiche della mostra è proprio la varietà delle opere: dai piccoli dipinti su rame, che richiamano il formato intimo della tradizione macchiaiola, fino a lavori più grandi. Versari cita anche Edoardo Gordigiani, pittore post-macchiaiolo che si stabilì a Popolano di Marradi: «Lui portò avanti questa scuola di pittura dal vero, creando un legame forte tra arte e territorio». Per Versari, il paesaggio non è solo contemplazione, ma anche un gesto politico. Dipingere l’Appennino significa riaffermarne l’importanza, in un momento storico in cui queste aree sono spesso trascurate. «L’Appennino è una zona di confine, ma anche un luogo di cultura e spiritualità, un tempo attraversato da monaci ed eremi. Oggi ce ne stiamo dimenticando e lo vediamo nei dissesti, nei fiumi abbandonati. Rappresentare questi luoghi è un modo per riportarli al centro della nostra attenzione». I boschi di San Benedetto, le faggete di Vallombrosa, ponti e chiese di Marradi e Popolano emergono nei suoi lavori come frammenti di un territorio che racconta storie antiche. L’assenza umana, se non per i manufatti come ponti e sentieri, conferisce ai paesaggi un’aura sospesa e senza tempo, dove la natura diventa protagonista assoluta.
“Nella pittura en plein air devi abbandonare l’ego, è un esercizio arricchente”

Il processo creativo di Versari è complesso e sfidante. Lavorare dal vero richiede velocità e capacità di sintesi: «Devi catturare l’essenza del paesaggio, ciò che rimane oltre le luci che cambiano e le ombre che si spostano. È un esercizio che richiede di abbandonare l’ego e di concentrarsi sulla visione pura». Questo sguardo «periferico» si traduce in opere che disorientano l’osservatore: da lontano riconosciamo un bosco, ma da vicino i dettagli si dissolvono, lasciando spazio a una dimensione quasi astratta. Le superfici dorate o ramate riflettono la luce, trasformando le tele in oggetti vibranti che richiamano antiche tradizioni artistiche e, al tempo stesso, guardano avanti con audacia. Con Indelebili tracce, Versari ci invita a riscoprire il paesaggio come spazio di meditazione e conoscenza. Dagli esiti sorprendenti.
Samuele Marchi
Il museo diocesano è in piazza XI Febbraio, 10. Orari di visita: venerdì: 16-18.30; sabato e domenica 10-12.30 e 16-18.30; ingresso libero. Fino al 16 marzo.














