Domenica 10 novembre (dopo un primo appuntamento andato in scena domenica 3 novembre) torna a Tredozio la Sagra del Bartolaccio che celebra il particolare ‘calzone’ del Tramazzo, affiancato da altre specialità tipiche.
La sagra si tiene nel campo sportivo di Tredozio ed è organizzata dalla Pro loco e dal Comune, raggiungendo quest’anno la 58ª edizione.
Alle ore 11 apriranno gli stand gastronomici, con specialità della tradizione, fra cui innanzitutto ovviamente il bartolaccio ma anche la paciarela (una polenta più liquida e con sugo di pancetta e fagioli), polenta al ragù (anche di cinghiale), tortellini di marroni e dolci di castagne, caldarroste, vin brulè e altri prodotti locali.
La manifestazione sarà animata anche da bancarelle degli artigiani e hobbisti, del mercato e da mostre fotografiche, nonché da intrattenimento musicale con ‘I due’ e spettacoli di artisti di strada C.ia.Ma.Re.
E’ in programma, inoltre, una visita guidata al paese animata da aneddoti e racconti, con partenza alle 14.30 e durata di circa 45 minuti. Per gli escursionisti, da Tredozio partono anche vari sentieri alla scoperta del territorio della valle del Tramazzo e del Parco nazionale delle Foreste Casentinesi, nonché del vulcanino più piccolo d’Italia.
Che cos’è il bartolaccio: da cibo povero a moderno street food
La ricetta di una volta ovviamente era più povera, formata di solito da tre ingredienti: patate, pancetta e formaggio pecorino.
Ogni paese, per non dire ogni famiglia, si tramanda la sua ricetta, cambiando quindi da zona a zona. Il marchio della ricetta dei bartolacci tredoziesi è stato depositato anni fa dalla Pro loco, come ‘meraviglia della cucina italiana’, presso il ministero dell’Agricoltura e ogni anno la Pro loco paga un contributo per l’esclusiva.
Il bartolaccio, in dialetto ‘bartlàz’ (dalla forma dell’orecchio), è dunque una specialità della tradizionale cucina montanara, fatto con una sfoglia di farina e acqua, riempita a mo’ di calzone o mezzaluna con un ripieno di patate lessate, pancetta, parmigiano di 24 mesi, pepe e sale, “con l’aggiunta dei segreti delle azdòre del paese”.
In passato era il cibo che i taglialegna e i carbonai portavano con sé nel bosco, crudo dentro il tascapane e poi cuocevano a pranzo su lastre di sasso riscaldate sul fuoco, da cui anche il nome di tortello sulla lastra, che però è di forma quadrata e spesso con ingredienti diversi.
Ogni anno per la sagra decine e decine di volontari della Pro loco preparano prima migliaia di bartolacci da cuocere il giorno della manifestazione per circa 10-15 minuti sulla piastra, perché gli ingredienti sono stati già cotti.
Poi si servono ai tavoli al coperto oppure si portano caldi e fumanti in cesti sul banco della Pro loco, dove i clienti li acquistano, mangiandoli a passeggio per strada, come moderno street food, magari accompagnati da un buon bicchiere di vino sangiovese della valle del Marzeno o Tramazzo.
Quinto Cappelli














