Riportare alla luce una storia tragica del nostro Paese rimasta per anni nell’ombra. La faentina Martina Alpi, 24 anni, ha vinto ex equo con Lorenzo Di Stefano la seconda edizione del Premio Luciano Lapenna, promosso dal Comune di Vasto e dedicato alla miglior ricerca storica inedita dagli anni ’40 ai giorni nostri, con particolare attenzione alla lotta antifascista nel territorio di Vasto.

Intervista a Martina Alpi, 24 anni: “Un tema a lungo dimenticato dalla storiografia”

Martina, raccontaci un po’ di te.

Mi sono laureata quest’anno in Beni culturali a Bologna, sede di Ravenna, con una tesi sui campi di concentramento fascisti e, nello specifico, il campo abruzzese di Casoli (1940-44). Si tratta di un tema a me caro: la mia bisnonna fu internata al campo di Fossoli, vicino Modena. Da qui poi è partita una riflessione: sento spesso parlare dei lager all’estero, che hanno nomi tristemente noti, ma di quelli italiani se ne tratta molto poco. Studiando, ho capito che c’è stato di fatto un grande silenzio e oblio su questo tema. Oggi per fortuna c’è un certo risveglio storiografico, partito però solo dagli anni ’70. C’è ancora tanto da fare.

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Cartolina dei 50 “ebrei stranieri” provenienti dalle carceri di Trieste, scattata il 15 agosto 1940

E qui si inserisce la tua ricerca. Cosa fu il campo di Casoli? In che contesto nacque?

Con l’entrata in guerra dell’Italia nel ’40, il governo fascista decise di internare tutti i cittadini stranieri, compresi gli ebrei, per motivi di sicurezza nazionale con le Leggi razziali del ’38 (Erano un insieme di provvedimenti legislativi e amministrativi che introducevano in Italia una discriminazione sistematica nei confronti degli ebrei. Queste leggi, ispirate alle teorie razziali naziste, miravano a escludere gli ebrei dalla vita sociale, economica e politica italiana).Questa decisione fu fortemente influenzata dalla politica razziale nazista.

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Campo di Casoli all’epoca.

Che caratteristiche aveva il campo di Casoli?

Fu un campo maschile in Abruzzo che vide nell’arco di quattro anni 218 internati in due fasi principali. Dal ’40 al ’42 ospitava internati ebrei stranieri, dal 42-44 divenne un campo profughi per internati politici della Jugoslavia. Qui i detenuti non lavoravano, ma erano costretti a una sorta di ozio coatto. Dai documenti che ho analizzato, si evince che ci siano stati trattamenti diversi: agli ebrei facoltosi era concesso persino di uscire per brevi periodi dal campo. Alcuni andavano anche a mangiare fuori in osterie e trattorie. Arrivarono a Casoli anche medici di fama internazionale tra cui un medico che, una volta riconosciuto, fu chiamato a lavorare per i casolani stessi ed era trattato con molto riguardo. Con l’evoluzione della guerra la situazione cambia. Gli altri internati dal ‘42 invece arrivarono in un periodo di estrema povertà e miseria, ci sono molte istanze dove si legge che dopo un anno che erano internati chiedevano cambio di abiti dopo 13 mesi. Le loro condizioni erano molto più difficili. Oggi Casoli è stato dichiarato Luogo della Memoria Europeo.

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Alcuni esempi dei documenti presenti sull’archivio digitale (campocasoli.org) sui quali Martina Alpi ha svolto il lavoro di storia sociale.

Come hai svolto le ricerche?

Gran parte del lavoro sono riuscita a svolgerlo da remoto grazie a un archivio digitale, a cura di Giuseppe Lorentini, attraverso cui ho consultato da Faenza i documenti storici sul campo di Casoli. Successivamente sono andata anche in loco.

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Piazza della Memoria di Casoli. Martina con Lorentini, curatore dell’archivio storico.

E ora, per il futuro?

Vincere questo premio è stata per me una grande emozione e un bel riconoscimento. Mi piacerebbe trovare un lavoro inerente gli eventi culturali e collaborazioni con musei e biblioteche. Alle superiori ho studiato all’istituto Oriani di Faenza e lì mi sono appassionata alla storia dell’arte e poi, all’università, alla ricerca storica, da qui la decisione di iscrivermi a Beni culturali. Oggi collaboro, tra le altre cose, con l’Anpi di Faenza e durante l’università ho svolto un tirocinio al Museo Diocesano di Faenza. È stata un’esperienza importante e formativa, che mi ha permesso di conoscere e capire come funziona l’organizzazione di una mostra d’arte in tutti i suoi aspetti. Ancora oggi collaboro con il Museo grazie al direttore Giovanni Gardini che mi coinvolge in diverse iniziative.

Samuele Marchi