La presentazione della 50^edizione della Settimana Sociale dei Cattolici, dal titolo Al cuore della democrazia #PartecipareTraStoriaeFuturo, (Trieste 3-7 luglio 2024), offre l’occasione per fare il punto sul percorso compiuto dalla nostra comunità diocesana a partire dalla precedente Settimana Sociale di Taranto che si è svolta nel 2021, dedicata al tema Il pianeta che speriamo. Ambiente, lavoro, futuro. #tuttoèconnesso. Il primo obiettivo concreto che era stato indicato a Taranto consisteva nella costruzione di comunità energetiche. Una scelta etica, frutto di un cammino di riflessione a partire dall’enciclica Laudato sì, ma anche a una precisa necessità per affrontare la povertà e l’insicurezza energetica di nostre realtà, ma anche di numerose famiglie le cui difficoltà sono state aggravate da alluvioni e da terremoti.
Per noi, recepire la Settimana Sociale di Taranto ha significato coinvolgere i giovani della Pastorale sociale alla scuola di formazione all’impegno sociale e politico, nella formazione dei giovani e nel dialogo con il vescovo, nel coinvolgimento degli adulti impegnati nel sociale, nelle scuole paritarie, nel mondo dell’impresa, nella politica.
Con queste modalità di incontro e di confronto giovani e adulti hanno iniziato a riflettere alla luce del Magistero della Chiesa e del Documento preparatorio della 50^ edizione nel cammino verso Trieste. Non possiamo permetterci di perdere lo slancio e l’entusiasmo iniziato con questo cammino.

Cattolici e democrazia

I cattolici sono chiamati a dare il loro apporto peculiare in vista della sua rigenerazione rispetto alla democrazia odierna, sia a livello nazionale sia a livello europeo. L’apporto dei cattolici, però, appare condizionato da più fattori che ne limitano l’efficacia. Tra le cause che lo indeboliscono vanno senz’altro annoverate: una crescente separazione tra fede – fonte di un nuovo pensiero, di una nuova cultura e di un umanesimo trascendente – e vita, che provoca una pericolosa frammentazione identitaria, tale da non consentire di partecipare al dialogo pubblico alla pari con altri soggetti che, al contrario, non hanno timore di promuovere la propria identità; la conseguente perdita dell’ispirazione cristiana, la quale non offre al cattolico che interviene nella discussione pubblica una ragione irrazionale, ma sovrarazionale, ossia capace di confrontarsi con altri sulla base di contenuti razionali o di contenuti che non contraddicono la ragione che funziona correttamente, ma semmai la arricchiscono; l’ancoramento a una deleteria teoria della diaspora, che non tiene conto o sottovaluta l’importanza delle regole procedurali della democrazia, in particolare quella relativa al principio della maggioranza. Chi non tiene in considerazione la procedura della maggioranza mostra di ignorare un importante processo della democrazia – l’approvazione delle leggi avviene sulla base della maggioranza – che può far scivolare i cattolici verso una forma di analfabetismo politico ma anche di irrilevanza. La crisi maggiormente preoccupante, però, è la crisi etico-culturale che sta alla base della democrazia: inquietano la frammentazione sociale e l’individualismo crescente, che lasciano poco spazio per pensarne il futuro. Sotto i colpi di un individualismo arbitrario e di una sempre più diffusa dittatura del relativismo.

La riforma dei partiti

Le leggi elettorali in vigore, che ammettono nei partiti liste bloccate di candidati non danno all’elettore l’effettiva possibilità di scegliere i propri rappresentanti non favoriscono la partecipazione. Il tema della riforma dei partiti in senso democratico e della partecipazione dei cittadini acquista ancora maggiore rilievo alla luce dell’attuale discussione parlamentare sul cosiddetto premierato, destinato a mutare profondamente l’assetto costituzionale della Repubblica. Con l’introduzione del premierato, si realizzerebbe questa situazione paradossale: quella, cioè di un capo del Governo eletto direttamente dal popolo, da quel popolo elettore che da tempo non ha più il diritto di scegliere i propri rappresentanti della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica che rispondono direttamente ai leader di quelle, ormai, ristrette comunità, che chiamiamo partiti, ma che rischiano di diventare semplici comitati elettorali. Pertanto, l’elettore può semplicemente confermare la scelta dei segretari di partito: ciò dà vita a un Parlamento di nominati non a un Parlamento di eletti. È di tutta evidenza che in questo modo salterebbero il rapporto tra Parlamento e Governo che abbiamo conosciuto fino a ora, come pure le funzioni di indirizzo e di controllo parlamentare con le ulteriori conseguenze sulla separazione dei poteri che non è difficile comprendere. Per concludere, oltre alla crisi di partecipazione dei cittadini, qui rischia di andare in crisi addirittura la partecipazione dei rappresentanti del popolo ai meccanismi decisionali perché, selezionati dalle oligarchie di partito in base alla fedeltà al leader, non hanno interesse a concorrere con il proprio contributo derivante dal personale patrimonio culturale ed esperienziale alla formazione di decisioni rilevanti per l’intera comunità nazionale, posto che il proprio contributo potrebbe non essere in linea con i desiderata della segreteria.

Monsignor Mario Toso, vescovo della Diocesi di Faenza Modigliana