Come si sa i titoli nobiliari non hanno più rilevanza nel nostro ordinamento ma resta la storicità di certe casate e il loro influsso nelle vicende locali o nazionali, anche ecclesiali. Nel rispetto della storia mi sembra importante tracciare alcune linee che congiungono gli ultimi autentici discendenti della Famiglia di cui trattiamo, presenti esclusivamente a Faenza e in Sud Africa. In effetti tra i cognomi più diffusi in Romagna c’è quello di Cavina, una località in Fognano di Brisighella, in cui sorgono delle torri, avanzi di posti militari per controllare la rete stradale che correva tra i crinali, sede di bellicose Famiglie che della spada facevano uso per garantire lustro e adeguati pedaggi. Non è una opinione che i sassosi abitanti del passato fossero poi particolarmente adatti alle armi, capaci di sforzi fisici e ben saldi sulle gambe essendo abituati a percorrere terreni scoscesi: i Naldi infatti li sfruttarono per mettere insieme una compagnia, i Brisighelli, temutissima e al servizio della Serenissima Repubblica di Venezia. Si racconta appunto che un fuggiasco Spinola di Genova si insediasse in quelle contrade e i suoi fossero chiamati. Cavavini da cui Cavini e Cavina, per indicarne appunto il carattere bellicoso.

Molti si sono “appoggiati” a questa nobile Famiglia facendo proprio lo stemma e la discendenza ma, a quanto storicamente risulta, una sola Famiglia ebbe rinomanza nei secoli, influendo non solo sul territorio montano ma anche a Faenza e partecipando alla vita del Consiglio della Città. Dal castello di Fognano, dove conservarono una residenza, scesero a Faenza verso il 1690 stabilendosi nella Parrocchia di S. Abramo, poi solo dal 1814 nel Palazzo Naldi di via Castellani, oggi Cavina, nella già Parrocchia di S. Ilaro in S. Maria dell’Angelo.

Da un importante matrimonio tra il nobile Giovanni Battista Cavina (+1759) e Maria Vittoria Gabriella Contessa Troncossi, essi si titolarono Conti (circa 1722), titolo pacificamente riconosciuto e fissato nel 1762 nelle celebri Tavole Albriziane di Onofrio Gramignani esposte nel palazzo Comunale di Faenza, oggi in Biblioteca, poi riconosciuto definitivamente da un Decreto del Ministro Giovanni Giolitti il 07 marzo 1902, che modificò tuttavia gli smalti dello stemma.  

L’ascesa della Famiglia, specie nel sec, XIX, fu notevolissima, in particolare in relazione a tre matrimoni di gran nome: Lucrezia Costa, Nobile faentina ricchissima e colta, Vittoria dei Marchesi Durazzo di Genova, appartenente al così detto ramo del Palazzo reale, ossia uno dei più bei palazzi italiani, Brigida dei Marchesi Stanga Trecco, della migliore nobiltà  cremonese lombarda. Fu in questo periodo che il loro nuovo Palazzo in via Castellani, in molta parte affrescato dal Giani, divenne un cenacolo di arti e di prestigio. 

Diversi gonfalonieri, più che sindaci di Faenza, furono Cavina: Alfonso fu Priore (1800), Virgilio (1839) e Carlo (1845), Gonfalonieri, come pubblicato dall’esimio studioso Gaetano Ballardini nel 1906 in un dotto libretto dotato anche di genealogia. Ma anche il livello intellettuale era alto: Virgilio, nato dal matrimonio Cavina Troncossi, fu un illustre gesuita matematico; tutte le figlie del matrimonio Cavina Costa parlavano francese e inglese, oltre il saper ricamare e suonare, come si desume dalle lapidi sepolcrali in Faenza e Ascoli Piceno (Annunziata Cavina Rondinini e Costanza Cavina Saladini Pilastri). Non risulta invece  che l’astronomo faentino Pietro Maria Cavina, appartenga a questa Famiglia, come precisa il Dizionario Biografico degli Italiani, e come risulta dalle carte e degli studi.

Le vicende di Romano e Marcello Cavina, il telegramma di Pio IX

WhatsApp Image 2024 05 10 at 10.56.11 1
Pio IX da giovane.

In questa temperie culturale, sociale e culturale molto ricca nel 1843 dal matrimonio Cavina Durazzo, nasce Romano Cavina, terzo di sette figlioli, ma subito si affacciò ad una vita difficile, allorché fu colto da convulsioni, che lo afflissero per diversi anni. La sua natura delicata lo tenne a contatto con la madre Vittoria Durazzo Cavina, che era molto portata all’aspetto religioso. Del resto un suo congiunto materno, il Cardinale Marcello Durazzo, tra seicento e settecento, era stato Vescovo di Faenza e grande uomo di carità, a differenza di altri prelati del tempo.

A quel tempo in Fognano, dove i Cavina avevano un palazzo, Madre Rosa Teresa Brenti e il nobile Giuseppe Maria Emiliani, nobile faentino, avevano rifondato un Convento Domenicano con annesso educandato con visione moderna nei confronti il ruolo femminile. Ciò aveva creato un certo scalpore e, a forza di dicerie, la Santa Sede aveva incaricato il Vescovo di Imola Cardinale Giovanni M. Mastai Ferretti di indagare e vigilare su quella comunità. Non vi era però un appartamento già pronto nella nuova fabbrica tale da poter accogliere un Cardinale con il suo seguito, perciò Mastai Ferretti chiese ospitalità ai Conti Cavina che, figuratevi, lo accolsero a braccia aperte nella residenza estiva di Fognano. Era l’autunno del 1844 quando il Cardinale conobbe il piccolo Romano e “si prendea diletto di rilevare dal suolo con le sue mani il bamboletto Romano, di vezzeggiarlo e di farlo pargoleggiare sulle sue ginocchia”. Il Cardinale Mastai Ferretti protesse e incoraggiò le Monache vedendo che le loro idee di istruzione femminile erano valide.  

Romano ricevette la Cresima nel 1851 e, nel giorno di S. Luigi Gozaga nel 1853, la prima Comunione a S. Maria dell’Angelo. A 11 anni fu inviato in Collegio a Fano, dove era suo fratello Marcello, ma non poté restare a causa della malferma salute, così tornò a Faenza dove ottimi Sacerdoti lo istruirono in religione e nelle varie scienze. Sotto l’ala della madre Vittoria Eugenia Durazzo Cavina fece diverse viaggi a Loreto, Padova, Verona, Trento, Brixen e Vienna. Dal 1869 diversi lutti colpirono gravemente la Famiglia ma di certo il più importante fu la prematura morte del padre Carlo, che lo spinse a letture spirituali e a pratiche religiose ferventi, pretendendo che anche la servitù osservasse la festività religiose.

Peggiorando le sue condizioni durante il 1871 egli si fece sempre più obbediente e rassegnato alla Divina Volontà. Ormai vicino alla morte ebbe la consolazione di due telegrammi dei Cardinali Antonelli e Amat che gli comunicarono l’affetto di Pio IX, ormai “prigioniero” in Vaticano: colui che lo aveva tenuto sulle sue ginocchia, gli concedeva la Benedizione in articulo mortis; egli si comunicò e fece testamento: era consapevole del passo che stava per compiere. Il 20 settembre 1871 si addormentava nella pace. 

Appena 11 anni dopo san Giovanni Bosco saliva lo scalone di Palazzo Cavina per visitare il fratello di Romano, Conte Marcello, gravemente ammalato. Senza essere avvertito egli intuì la Divina Presenza Eucaristica nella cappella voluta dal Canonico Giuseppe, sollevandosi in aria in adorazione: era il 14 maggio 1882. Marcello morirà il 10 giugno seguente, esortato dal Santo ad accettare anche lui il passaggio definitivo.

Conclusione

Certo queste storie sembrano un po’ tristi, ma nel criterio della Fede l’oro della Santità è ben più importante della gloria umana e comunque pongono questa singolare Famiglia, la cui storia è intrecciata con quella di Faenza, a contatto di Santi e Beati di prima grandezza. Certamente riportarsi a questa “tradizione” profondamente cristiana della Famiglia Cavina può essere affascinante. Anche il Vescovo Mons. Francesco Cavina, Vescovo Emerito di Carpi, ha usato lo stemma dei Cavina con gli smalti del Decreto del 1902, ossia “scaccato d’argento e d’azzurro” e non “d’argento e di rosso” come era lo stemma antico, praticamente identico allo stemma Spinola; il Vescovo però ha sostituito alla spina da botte, una stella a otto punte d’azzurro. Con ciò ha significato di riallacciarsi al cognome “Cavina” di origine faentina, come di fatto lui è essendo nato a Faenza, ma non appartenente alla Famiglia di cui trattiamo, essendo i suoi familiari di chiara e “nobile” origine agricola. 

Come disse Papa Giovanni XXIII alla proposta di creare “Conti” i suoi fratelli in quanto parenti del Papa regnante, egli ebbe a rispondere: “Ma sono già contadini!”. E con questo certamente in sordina segnò una svolta, visto che Pio XII aveva contribuito con il suo grande prestigio a fare creare Principi i Marchesi Pacelli suoi congiunti, con Motu Proprio di Vittorio Emanuele III nel 1941. Tra l’altro gli attuali titolati sono discendenti da Gabriella Ricci Bartoloni, di ascendenza lughese.

Gira che ti gira, la Romagna torna a galla e non vi dico di più perché ne avrei di clamorose!

Mariano Faccani Pignatelli

immagine di copertina: Lucrezia Costa Cavina