Una veglia che ha voluto unire idealmente tutte le donne vittime di violenza e abusi, quella che si è tenuta l’8 marzo scorso alla parrocchia del Paradiso di Faenza. L’iniziativa, organizzata per il settimo anno consecutivo dall’associazione Papa Giovanni XXIII e dalle parrocchie dell’Unità pastorale “Mater Ecclesiae” (Cappuccini, San Savino/Paradiso, Pieve Ponte), avrebbe previsto un cammino di preghiera lungo la via Emilia, sulla pista ciclabile che unisce la chiesa del Paradiso e la parrocchia di Pieve Ponte.
La pioggia battente ha arrestato il cammino fisico, ma non il viaggio virtuale, fatto di testimonianze e preghiere di donne che hanno subito ogni forma di abuso.
Alla parrocchia del Paradiso canti, preghiere e riflessioni sullo sfruttamento delle donne
Da Giulia Cecchettin, uccisa dall’ex fidanzato, ad Antonella, una ragazza di 23 anni, sfuggita alle violenze in famiglia, a Fatma che si trova in un campo profughi a ovest di Khan Yunis nella striscia di Gaza. «Il viaggio di questa sera ci ha portato lontano – ha detto Davide Agresti, assessore al Welfare, durante la serata – dobbiamo però cercare le testimonianze che rendono il nostro cammino perdono e speranza – ha aggiunto – una speranza generativa, che accompagni la tristezza, inevitabile di fronte a tragedie come queste. Cerchiamo le testimonianze di madri, figlie, insegnanti, che possano illuminare anche le giornate di pioggia come oggi».
Don Marco Donati: “Dobbiamo uscire da noi stessi”
La veglia si è snodata lungo i cinque misteri del rosario, accompagnata da canti e riflessioni. «Maria si rifà alla Parola del Signore – ha sottolineato don Marco Donati, parroco delle parrocchie di San Savino/Paradiso e Pieve Ponte – proprio come lei, anche noi nella nostra vita quotidiana, dobbiamo imparare a uscire da noi stessi per ascoltare la voce del Signore, Colui che sa amare tutti. Chiediamo a Lui di plasmarci e trasformare la nostra vita». Tra le testimonianze, particolarmente toccante la storia di Benedicta, una donna nigeriana di 30 anni, mamma di due bambini piccoli, arrivata in Italia senza documenti, senza cellulare e poi sfruttata per 30 euro a cliente. Oggi lavora con un regolare contratto. «Essere parte di un team di lavoro – racconta – all’inizio è stato molto difficile, ma oggi è un’esperienza bellissima lavorare con la fatica delle proprie mani e non doversi più di notte guardare alle spalle».














