Dalla via Emilia agli schermi di uno smartphone. È in crescita anche a Faenza il fenomeno della prostituzione online: una tendenza in corso da anni, ma accelerata dalla pandemia. Basta dare uno sguardo alla zona industriale o alla via Emilia, per rendersi conto che lo scenario in pochi anni è radicalmente cambiato. La zona industriale si è svuotata e sulla via Emilia si scorgono ormai poche figure nella notte. Non è però una buona notizia: il mercato si è semplicemente ‘spostato’ online. Basta un clic per trovare foto, prestazioni e servizi, con tanto di tariffario e contatti. E laddove vita e sfruttamento coincidono, l’impatto su corpo e psiche è ancora più duro. Senza contare che in una condizione di isolamento si moltiplicano violenze e abusi, e chiedere aiuto diventa ancora più difficile. Ne abbiamo parlato con Massimo Solaroli dell’associazione Papa Giovanni XXIII, che da anni offre aiuto e assistenza alle ragazze di strada.

Il Covid ha accelerato il fenomeno della prostituzione online. Solaroli della Papa Giovanni XIII: “raggiungere le ragazze è complicato”

Solaroli, come sono cambiati gli scenari da quando avete iniziato a lavorare con le unità di strada?

Quando abbiano iniziato, oltre 20 anni fa, incontravamo una cinquantina di ragazze tutte le sere solo a Faenza tra zona industriale e via Emilia: nigeriane, ma anche albanesi, moldave e rumene, specialmente lungo la via Emilia.

Poi il Covid ha cambiato il volto della prostituzione, e non solo di quella faentina.

Dopo il lockdown, la maggior parte delle ragazze sono sparite dalla strada. Nella zona industriale, ad esempio, non se ne vede più nessuna già da qualche anno. Sono rimaste solo pochissime ragazze sulla via Emilia. Le conosciamo da anni e non hanno intenzione di cambiare vita. Oggi in strada andiamo poco ormai.

Questo non significa che la prostituzione sia scomparsa.

Magari. Il fenomeno si è trasformato, in peggio. I clienti contattano ora direttamente le ragazze attraverso messaggi e, come già avviene da anni, attraverso la prostituzione indoor. Tutto viene mercificato con tanto di tariffario entrando fino nei minimi dettagli. Sia indoor sia in strada, poi, vediamo una sempre maggiore fragilità delle persone prostituite.

Come è cambiata la vostra attività di fronte ai nuovi scenari?

Purtroppo è diventato molto difficile contattare le ragazze. In strada, incontrandosi di persona, sentivano il calore e l’affetto che cercavamo di trasmettere e, eventualmente, una via di uscita. Siamo riusciti, attraverso un percorso di inserimento nella società, a dare loro una seconda opportunità. Molte si sono sposate, hanno avuto figli e una nuova vita.

E oggi?

Negli appartamenti privati ci sono donne nigeriane o, in generale, africane, ma anche dei paesi dell’est Europa e cinesi oppure transessuali, che contattiamo usando i numeri di telefono pubblicati nei siti di annunci. Spesso non riusciamo neppure a concludere la telefonata, perché appena capiscono che non siamo potenziali clienti si spaventano e agganciano il telefono. Altre volte riusciamo a parlare con loro e cerchiamo di spiegare come possiamo offrire informazioni di tipo sanitario e legale, aiuto nei documenti o nell’accesso alle cure. Lasciamo il nostro numero per essere ricontattati, ma perché possa nascere un percorso di uscita dallo sfruttamento serve passare dal contatto telefonico all’incontro di persona, e questa è la parte più complessa. Altre volte sono i vicini di casa o qualche cliente a fare le segnalazioni. Sarebbe importante creare un gruppo di lavoro trasversale tra istituzioni, forze dell’ordine, ma anche psicologi e mediatori culturali per arrivare meglio a queste ragazze.

Come funzionano i vostri percorsi di inserimento?

Partiamo quasi sempre da un accompagnamento psicologico per aiutare le persone a riacquistare autostima e dignità. Spesso per loro è difficile anche solo immaginare di essere qualcosa di diverso da una prostituta. Una moglie ad esempio, oppure un’operaia o un’impiegata. Poi, ovviamente, tutto quello che serve per un inserimento nella società: documenti, permessi, assistenza legale, assistenza sanitaria, formazione professionale e avvio all’autonomia lavorativa e abitativa dopo essere state ospite nelle nostre case famiglia disseminate sul territorio.

È possibile uscirne?

Sì, non sempre, però. A volte capita che queste ragazze, anche dopo essersi sposate, si trovino in difficoltà economiche. Lì il rischio di tornare nel giro c’è. Senza contare che spesso, specialmente le nigeriane, passano da vittime a sfruttatrici. Va ricordato che la prostituzione in Italia non è reato. Di fatto siamo rimasti ancorati alla vecchia legge Merlin che abolì le case chiuse, ma non vietò la prostituzione libera. Ciò significa che chi decide di prestare servizi sessuali in cambio di denaro non può essere fermato e non rischia un procedimento penale. Resta illegale, invece, ogni altra attività collaterale come il favoreggiamento, lo sfruttamento, e l’induzione.

Barbara Fichera