Il liceo Torricelli-Ballardini di Faenza è una scuola classista? Si è parlato di questo sui social il 25 gennaio scorso quando è stata diffusa la pagina di presentazione del rinnovato sito ufficiale del liceo faentino. In questa (ora rimossa, ndr), si poteva leggere il seguente testo: «la popolazione scolastica del liceo risulta costituita prevalentemente da studenti provenienti (pur con qualche eccezione) da un contesto socio-economico medio-alto; la percentuale di studenti provenienti da famiglie svantaggiate è bassissima, superiore tuttavia alla media regionale e nazionale. La percentuale di studenti con cittadinanza non italiana è inferiore alla media regionale». Essendo la pagina di presentazione del liceo – la prima forse che un utente esterno va a leggere, sicuramente tra le più cliccate – è sembrato discutibile rivendicare quasi con orgoglio l’essere una scuola elitaria e con pochi stranieri. Una presentazione da 3 in pagella, se questi sono i valori principali che la scuola pubblica vuole far emergere.

La replica della dirigente del liceo di Faenza Paola Falconi

A fare chiarezza sull’episodio, almeno per quanto riguarda gli aspetti tecnici, è stata poi la dirigente del liceo, Paola Falconi che ha spiegato che «il passaggio tra il vecchio e nuovo sito è partito a inizio anno, come prevedere la normativa ministeriale». A occuparsi dell’aggiornamento del sito sono stati i tecnici del Ministero, mentre i dipendenti della scuola, in questa fase, non avevano accesso diretto per modificare i contenuti delle pagine. Le «informazioni» dei contenuti della pagina incriminata – spiega la dirigente – «sono state prese dal gestore del sito in maniera automatica» da «alcuni stralci di documenti del Liceo, stralci che estrapolati dal contesto di un documento organico e più complesso si presentano fuorvianti. Il testo inserito in presentazione riprende dati statistici dell’Invalsi che sono inseriti nel documento Ptof all’interno della sezione contesto».

La dirigente ha poi ribadito che chi conosce il liceo «in questi ultimi due anni sa di aver incontrato una scuola accogliente, in cui le diversità rappresentano una risorsa e un valore aggiunto. Il Torricelli-Ballardini si distingue per l’attenzione rivolta ai suoi studenti e studentesse e ai loro bisogni, ha accolto in questi anni alunni e alunne provenienti da altri Istituti e “curato” le loro fragilità, è in prima linea sul contrasto alla dispersione scolastica».

Intelligenza artificiale e “scuola giusta”: due temi su cui è importante interrogarsi

Al di là del caso specifico del liceo faentino, l’episodio porta in agenda due temi. Il primo mette ancora una volta in guardia sull’uso consapevole delle parole, dei contenuti e della realtà digitale. Non è un caso che papa Francesco ne abbia fatto il centro del suo messaggio per la Giornata mondiale della pace. Affidarsi in maniera superficiale a intelligenze artificiali, algoritmi o alla burocrazia ministeriale per comporre contenuti porta in molti casi a «spegnere il cervello», e questo è ancora più paradossale se avviene nel mondo della scuola che dovrebbe invece insegnare alle nuove generazioni lo spirito critico e il senso di quello che si fa. Quanto stiamo perdendo con un uso superficiale di questi strumenti? Quante volte, nella vita di tutti i giorni, “spegniamo il cervello” usando il nostro smartphone e ci affidiamo agli algoritmi per decidere cosa leggere, cosa vedere, cosa acquistare?

L’altro tema è quello che deve portare a interrogarci sempre su quanto la nostra scuola pubblica sappia essere realmente democratica, capace di valorizzare lo studente al di là del suo status sociale ed essere «scuola giusta», riprendendo un termine utilizzato in un suo libro dal professore Federico Condello, docente di Filologia classica all’Università di Bologna. Ecco allora che anche questa «crisi comunicativa» può diventare un’opportunità per chiederci qual è la scuola che realmente vogliamo. Ed è una domanda che non avrà mai una risposta definitiva: ogni epoca, ogni generazione e ogni classe dirigente deve farci i conti. E’ giusto che una famiglia con poche disponibilità economiche scarti a priori la possibilità di iscrivere il proprio figlio al liceo, “perché poi per almeno cinque anni dovrà fare l’università e non entrerà nel mondo del lavoro?” (come si è letto in vari post sui social di commento alla notizia della presentazione classista). E la risposta, che non interroga solo il mondo della scuola, non arriverà certo chiedendo a Chat Gpt.

Samuele Marchi