Sono passati ormai cinque mesi dall’alluvione che ha sconvolto Faenza ma non si ferma l’impegno di EMERGENCY sul territorio.
L’ associazione fondata da Gino Strada è al fianco della città fin dai primi drammatici giorni, quando gestiva l’hub in fiera, distribuiva prodotti di prima necessità casa per casa e coordinava i volontari giunti da tutta Italia per aiutare Faenza a risollevarsi. Ora, passata la fase più difficile, EMERGENCY continua a supportare la popolazione colpita che sta cercando di adattarsi a una nuova quotidianità, per tante persone ancora contraddistinta dall’impossibilità di rientrare nella propria abitazione e da una forte incertezza sul futuro. Le persone accolte direttamente da alberghi e bed and breakfast a Faenza sono ancora 140, ma i faentini senza casa dopo l’alluvione sono molti di più: si stima siano 3mila le persone che hanno dovuto lasciare la propria abitazione. Per far fronte ai tanti disagi che stanno vivendo i cittadini EMERGENCY ha lanciato un servizio di supporto psicologico e orientamento socio-amministrativo grazie a un team composto da una psicologa-psicoterapeuta e da un’operatrice sociale, presenti sul territorio da luglio per mappare le esigenze della popolazione. Per approfondire l’impegno dell’associazione abbiamo intervistato Giovanna Bianco, psicologa e coordinatrice del progetto. Originaria dell’Abruzzo, ha già operato come psicologa durante il terremoto dell’Aquila e il sisma che ha colpito l’Italia centrale.
Intervista a Giovanna Bianco
Dottoressa Bianco, com’è strutturato il progetto e quali obiettivi si pone?
In collaborazione con il Comune e Ausl Romagna vogliamo, in questa seconda fase, supportare il sistema sanitario del territorio e agevolare la popolazione nella richiesta d’aiuto perché l’alluvione ha avuto una portata tale che per le persone può diventare complesso rivolgersi ai servizi attivi sul territorio. C’è un team composto da una psicologa-psicoterapeuta e da un’operatrice sociale che si muovono con un’unità mobile casa per casa, all’interno dei quartieri più colpiti e fanno inoltre visita anche a hub ricettivi (hotel Cavallino, Monastero Santa Chiara, Piccola Betlemme), circoli, rioni. Chiediamo semplicemente alle persone come stanno e valutiamo le loro necessità, dando una prima risposta ai bisogni d’ascolto e comprensione che, in questa fase, sono molto forti.
E se ravvisate particolari criticità?
La persona viene invitata in ambulatorio (in via Zaccagnini 22 – piano terra- ala della logopedia) per un colloquio sociale e una consulenza psicologica più approfondita. A seconda dei bisogni emersi concordiamo il percorso di assistenza psicologica presso il nostro sportello di ascolto oppure indirizziamo la persona ai servizi del territorio, sia in ambito sanitario che sociale. In questo modo riusciamo a essere vicini alle persone, fare prevenzione, intercettare i reali bisogni e valorizzare i servizi già attivi. Vogliamo proprio fare da tramite tra le esigenze primarie della popolazione e gli strumenti che gli enti locali mettono a disposizione.

Quante persone avete aiutato?
Abbiamo raggiunto 81 persone, per un totale di 186 accessi complessivi (attività di orientamento sociale e psicosociale). Oltre al bisogno di essere ascoltate vediamo che le persone hanno necessità di elaborare quanto successo e adattarsi a una nuova quotidianità, molto diversa da quella pre-alluvione. Siamo di fronte a una comunità che sta cercando di elaborare un forte trauma e rimodulare la propria progettualità. Inoltre c’è bisogno di avere informazioni chiare e precise sui canali istituzionali, per capire appunto come è meglio muoversi e un’altra esigenza che abbiamo intercettato, pur a mesi di distanza dall’evento alluvionale, è quella legata alla manodopera: tante persone, soprattutto sole o anziane, hanno ancora bisogno di aiuto per lavori di sgombero, montaggio di mobilio o giardinaggio.
Come vedono le persone il proprio futuro in questa fase?
In questo momento le persone colpite non vogliono essere dimenticate e sono consapevoli di quelle che sono le proprie esigenze e le azioni necessarie per poter ripartire. Non c’è quindi rassegnazione ma tanta voglia di ricostruire e guardare avanti, pur in un contesto ovviamente incerto. C’è sicuramente rabbia in tante persone e negli anziani questa situazione crea grande disorientamento, perché vivono nell’incertezza di riuscire o meno a rivedere la propria casa. Un aspetto che contraddistingue questo territorio, anche rispetto ad altri in cui ho operato, è un forte senso di comunità e ovviamente è un elemento molto positivo. Si respira la voglia di fare rete, di aiutarsi perché realmente in una situazione così nessuno si salva da solo però questo non deve autorizzare a pensare che i cittadini possano fare tutto da soli. Per ripartire inevitabilmente servono ristori e i riflettori vanno assolutamente tenuti accesi.
Samuele Bondi














