«Leviamo riconoscenti al Signore il nostro grazie a tutti coloro che solerti samaritani ci hanno soccorso nelle nostre sofferenze e necessità, e ancora continuano a farlo, perché ancora molto rimane da fare per l’accoglienza di chi non ha più casa e per la ricostruzione». Con queste parole, pronunciate a Crespino nei pressi del fiume Lamone, il vescovo monsignor Mario Toso domenica scorsa ha concluso la sua omelia per le celebrazioni commemorative del 79esimo anniversario dell’Eccidio di Crespino e Fantino, nel ricordo delle 44 vittime civili. Un sentito ringraziamento a tutti i volontari che si sono spesi in questi mesi per affrontare l’alluvione. Grazie a loro emerge dal fango e dalle frane quella comunità solidale, essenziale per superare le criticità che ancora ci attendono. Le celebrazioni di Crespino sono state l’occasione per evidenziare, ancora una volta, quanto il nostro mondo ferito viva una serie di crisi interconnesse. Da quella climatica a quella legata alla guerra in Ucraina, solo un approccio sostenuto dall’ecologia integrale e dalla nonviolenza attiva e creatrice può fornire una risposta che non sia effimera, ma duratura e aperta al trascendente.

CRESPINO

La strada del dialogo

Alla luce della Parola di Dio, in particolare del Vangelo dove Gesù ci propone la parabola del buon seme e della zizzania – ha esordito nella sua omelia monsignor Toso -, riflettiamo sul nostro impegno a realizzare il Regno di Dio, la pace in questo mondo. La parabola del grano e della zizzania ci aiuta a comprendere come nelle situazioni complicate di conflitto, qual è anche il caso della guerra tra Russia e Ucraina, la via di uscita, l’“uscita di sicurezza” direbbe Ignazio Silone, non può essere quella – come pensano e dicono spesso gli stessi belligeranti –, della sconfitta o dell’eliminazione del nemico, mediante una guerra fratricida, devastatrice, annientatrice. Il risultato sarebbe una pace ove sulla faccia della terra esisterebbe solo il probabile vincitore ma non l’avversario». Il vescovo Mario ha sottolineato come «Dio con la parabola del buon seme e della zizzania ci insegna, anche con riferimento alla tragica guerra in atto, a non essere “impazienti”, a non usare la violenza che annienta l’avversario, come via sbrigativa più efficace per ottenere la pace. Ci insegna, invece, a imboccare la strada della pazienza, delle trattative, del dialogo, ove sia data la possibilità alla stessa zizzania di diventare grano buono, come nel caso del buon ladrone. Una volta iniziata una guerra, ci può essere la tentazione di chiudere la partita mediante l’impiego di armi più micidiali, per giungere a prevalere sul nemico. Resta il fatto che, accrescendo la potenza del proprio esercito e delle armi offensive, si continua a seminare morte, a lasciare cumuli di macerie, a distruggere strade e ponti. Detto diversamente, si persegue la pace unicamente mediante la guerra, mediante l’eliminazione dell’avversario. La guerra diventa un’inutile strage, un mattatoio ove periscono aggrediti e aggressori».

Preparare istituzioni di pace

Il Vangelo di questa giornata deve incamminarci verso un’altra strada, che il vescovo esprime così: «se vuoi la pace prepara istituzioni di pace». Oppure, in altra maniera ancora: Si vis pacem para civitatem (non para bellum, come dicevano gli antichi, o come sembra abbia detto qualcuno dei nostri politici). Se vuoi la pace prepara una cultura di pace. «La guerra – ha detto il vescovo – va sconfitta predisponendo, a livello spirituale, culturale, sociale, economico, politico e istituzionale, tutto ciò che la previene o la rimuove».

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I volontari: inondazione d’amore

Al termine della sua omelia pronunciata sulla riva di quel fiume Lamone che è stato protagonista di due terribili alluvioni per Faenza e altri Paesi della Diocesi, monsignor Toso ha voluto dunque ringraziare tutti coloro che si sono mossi per aiutare gli alluvionati. «Molti volontari – ha ricordato il presule – sia faentini sia provenienti dalle regioni italiane più lontane come la Sicilia, da altre Diocesi, tramite le loro Caritas, le loro protezioni civili, ci hanno raggiunti con un’ “inondazione di amore”, affinché nessuno dei colpiti dalla furia delle acque del Lamone e del Marzeno rimanesse da solo, senza solidarietà». «Dalle sponde del Lamone, dunque, ove oggi ricordiamo il tragico eccidio di Crespino e di Fantino, con il cuore commosso dalla bontà di tanti fratelli e sorelle, giovani e adulti – ha soggiunto il vescovo Tosoleviamo riconoscenti al Signore il nostro grazie a tutti coloro che solerti samaritani ci hanno soccorso nelle nostre sofferenze e necessità, e ancora continuano a farlo, perché ancora molto rimane da fare per l’accoglienza di chi non ha più casa e per la ricostruzione». «Nella mia vita di vescovo e di salesiano – ha proseguito – non potrò mai scordare i tanti giovani, gli “angeli del fango”, così li hanno battezzati, che a squadre si sono mobilitati per andare, più e più volte, giorno dopo giorno, verso le case sommerse e danneggiate. Mai e poi mai dimenticherò le persone costrette ad abbandonare la loro casa, accolte nei palazzetti dello sport con poche cose, con i loro animali domestici, anche loro scombussolati e frastornati. Grazie Signore, perché non ti sei scordato di noi, del tuo popolo prostrato».

di Samuele Marchi