Pian piano il sottofondo musicale di Romagna mia svanisce. Alla sera, dopo l’ennesima giornata di lavoro, restano le case ancora vuote, i giardini ricoperti di fango rappreso dove il verde si vede appena, le strade polverose. A un mese dall’alluvione interi quartieri vivono l’atmosfera sospesa di chi ha perso il proprio passato e non sa quale sarà il futuro. Centinaia di famiglie faentine vivono la stessa condizione: stivali e pareti umide sono ancora quotidianità. «Ci rimbocchiamo le maniche, ma è una sfida più grande di noi. Per questo l’aiuto dei volontari è stato fondamentale e non smetterò mai di ringraziarli». A parlare è Cristiana Bacchilega, residente in via Calamelli. Ancora sabato scorso è arrivata nel suo condominio una squadra di volontari da Rimini coordinati dalla Caritas diocesana. Si è lavorato in particolare nella cantina: la forza dell’acqua ha distrutto un’intera parete. Torce in mano, si ricompongono i cocci di tutto quello che si è perso in una sola, lunghissima, notte.

Il dolore di chi ha perso quasi tutto

«Qui l’acqua è arrivata a oltre 3 metri di altezza, lambendo il primo piano del condominio fra le 20.30 e le 21.30 di quel martedì sera; dopo che l’argine è stato sfondato in più punti – ricorda -. Siamo stati isolati finché l’acqua non è iniziata a calare, la notte del giorno successivo. Le persone sono riuscite a uscire dalla propria abitazione solo da giovedì». Bacchilega, dipendente della Romagna faentina, in quei giorni è stata operativa al Centro di coordinamento comunale che doveva seguire le segnalazioni per salvare le persone in elicottero o gommone. «Sono stati momenti drammatici – ricorda -: mi viene ancora l’angoscia a pensare a quelle telefonate. Si pensava ci fossero tanti morti. Poi fortunatamente tanti dispersi sono stati ritrovati. È strano dirlo ora, ma se non ci fosse stata la prima alluvione, che ha fatto sì che diverse zone fossero già evacuate e ci fosse già l’attenzione alta, il bilancio sarebbe stato molto più tragico. Vigili del fuoco, Protezione civile, Carabinieri e Amministrazione hanno fatto tantissimo».

“Quando sei senza acqua e luce per giorni perdi ogni forma di pudore e chiedi aiuto. La solidarietà ricevuta è stata tanta, ma preoccupano ora i risvolti psicologici”

parco via calamelli alluvione
Il parco di via Calamelli

La ripartenza ha gli occhi del suocero, che non ha mai pianto per 30 anni, ma che non è riuscito a trattenere le lacrime nel vedere perdere i ricordi e il lavoro di una vita. «Siamo stati otto giorni senz’acqua e luce – dice Bacchilega -. In quei contesti perdi ogni forma di pudore e chiedi aiuto. La solidarietà ricevuta è stata tanta: non solo per ripulire, ma anche per un invito a cena o a fare una doccia. Ci si è aiutati tanto». La portata del lavoro a cui si è di fronte è disumana per tutte queste famiglie. «I riflettori su Faenza devono continuare – ammette -: non dobbiamo restare soli. E mi preoccupano i risvolti psicologici che ci saranno ora. La gente si rende conto solo adesso di tutto quello che ha perso. C’è tensione latente. Prima sei preso dal fare e non ci pensi. Ora inizia la conta dei danni e delle priorità: cosa ha senso riuscire a comprare ora? Su cosa vale la pena puntare?».

Condividere la fatica e non essere soli

alluvione via ragazzini volontari

Proprio per questo non bastano solo gli aiuti materiali. In questi giorni via Calamelli è stata attraversata da volontari da tutta Italia con i loro sorrisi e le loro scarpe sporche di fango. «Grazie alla Caritas sono arrivate persone esperte, perché all’inizio non sai proprio da che parte farti – dice Bacchilega – e altre persone sono arrivate con tanta voglia di fare. Ricordo una classe di V liceo classico di Milano, giovani arrivati in un periodo per loro complicato di preparazione all’esame di stato, ma che volevano essere qui con noi, accompagnati dal prof di Religione. Ci hanno aiutato tanto. Un pomeriggio con un’altra condomina l’abbiamo trascorso a fare caffè, in una piccola moka, uno dietro l’altro per tutti i volontari. Sono piccoli gesti, ma importanti. Si condivide la fatica». Il messaggio finale è chiaro, alla fine di questa ennesima giornata tra pareti ancora umide: «Non dobbiamo restare soli».

Samuele Marchi