Pubblichiamo integralmente il testo di una lettera scritta da una cittadina faentina e pervenuta all’Ufficio Palio

“Sono nata nel Rione Giallo, ma poi sono andata ad abitare nel Verde e poi nel Bianco, oggi Borgo Durbecco.  A Faenza non è come a Siena che se nasci nell’Oca, rimani nell’Oca e ti sposi con qualcuno dell’Oca.

A Faenza lo spirito identitario rionale è meno rigido e lascia ampi margini di manovra, ma non c’è faentino che non abbia il cuore che batte per un Rione (il mio batte per il Giallo).
Il giorno del Palio i faentini sono tutti in Piazza o lungo il tragitto che la sfilata in costume percorre per arrivare al campo di gara e ci sono anche gli “spagogni”, quelli che considerano il Palio con sufficienza pelosa e mi prendono in giro per la mia (a loro dire) passione fanciullesca.

Comunque sia, vedere la città che pulsa di persone con i colori dei Rioni è un’emozione che è difficile da descrivere: tutti quei nonni con i figli ed i nipoti vestiti con le magliette ed i foulard dei Rioni raccontano di un mondo sociale che ha retto al cambio con la generazione digitale e testimoniano che la vita rionale è viva e respira tutto l’anno


Io non ne ho mai fatto parte e non so davvero spiegarmi il perché. Da piccola, insieme ai bambini del cortile giocavamo sempre al Palio: i fustini del detersivo erano i tamburi, la bici il cavallo, un bastone la lancia del cavaliere, mentre alcune mamme, non senza sbuffare, ci avevano cucito dei “costumi” da abbinare alla calzamaglia e confezionato le bandiere.


Oggi ho quasi 60 anni e quando guardo a quelle foto penso a quei tempi con tenera nostalgia. Domenica 26, come tutti, ero anch’io in città a vedere la sfilata e quando ho sentito i tamburi e le chiarine del Nero suonare quel ritmo meraviglioso, mi sono commossa come sempre mi accade anche quando sento l’inno d’Italia.

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Ci sono simboli e momenti collettivi che ti fanno sentire parte di un sentimento comune e il Palio per i faentini è così. D’altro canto, la Cultura non è solo il modo in cui l’uomo sta al mondo, ma è anche quel sentimento che ci fa riconoscere senza conoscerci, quella colla invisibile che fa di persone diverse una comunità e allora, da questo punto di vista, il Palio per noi faentini è un pezzo della nostra Cultura.  


Una Cultura, che va detto, non vive dello spirito santo, ma che necessita dell’impegno e dell’opera dei tantissimi appassionati che frequentano i Rioni ed anche del Comune, naturalmente, che investe nel Palio una gran mole di risorse e di lavoro.

E allora, io sento il bisogno di doverle ringraziare tutte queste persone, perché senza di voi, senza di loro, senza quell’umanità rionale che incolla a sé pezzi di città socialmente trasversali, il Palio e tutto quel mondo che gli ruota attorno, non potrebbe mai esistere. 

(lettera firmata)