Le esperienze dell’oratorio di Busto Arsizio, la santità a cui tutti siamo chiamati, il ruolo dei giovani nella Chiesa, il valore della fraternità e dell’incontro con Dio. Sono state molte le riflessioni emerse sabato scorso per la Gmg diocesana alla parrocchia di Russi.

Ospite don Alberto Ravagnani, un volto molto conosciuto tra i più giovani. A seguire, si è tenuta la veglia presieduta dal vescovo Mario Toso e la professione di fede con i 18enni. Con don Francesco Cavina, incaricato alla Pastorale Giovanile, facciamo il punto su dove sta andando il cammino.

Intervista a don Francesco Cavina

Quali aspetti del messaggio del Papa “Alzati e testimonia!” per la Gmg 2021 ti hanno colpito maggiormente?

Tutto il messaggio del Papa è molto bello perché, com’è nel suo stile, Papa Francesco presenta in parole semplici e chiare messaggi molto profondi. In particolare mi ha molto colpito il paragrafo intitolato “Alzati e testimonia!” nel quale, attraverso alcuni suggerimenti pratici, il Papa invita i giovani a prendere seriamente in mano la propria vita e a viverla nel servizio agli altri e nella comunione con Dio.

La pandemia ha certamente rappresentato una difficoltà di non poco conto per l’attuazione dei documenti e del cammino fatto dal Sinodo dei giovani. Oggi a che punto siamo?

Purtroppo appena terminato il Sinodo dei giovani è scoppiata la pandemia e ora vediamo tutti come le cose non siano (e non possano essere) come prima. E’ cambiato il mondo e sicuramente sono cambiati anche i giovani. Nonostante questo le proposte finali del Sinodo che i giovani hanno presentato al Vescovo sono ancora attuali e possono comunque presentare un buon punto di partenza per ripartire nella pastorale giovanile “locale”: l’attuazione del Sinodo non consiste soltanto nella realizzazione di qualche adempimento a livello diocesano, ma in un serio coinvolgimento dei giovani nella vita delle nostre realtà ecclesiali e sociali; e questo è compito di tutti: sacerdoti, educatori, genitori, amministratori. Mi fa un po’ ridere quando qualcuno dice: “con il Sinodo dei giovani vi siete fermati!”: tocca a tutti il pensare a cosa si può fare, partendo da ciò che è emerso in quel percorso, per coinvolgere i giovani nelle proprie realtà!

Come Pastorale Giovanile su cosa punterete per il prossimo anno?

Questa domanda andrebbe fatta a don Massimo Geminiani visto che dal prossimo febbraio mi sostituirà come incaricato del settore pastorale giovanile; comunque sia ciò che è fondamentale e prioritario è la formazione degli educatori dei gruppi giovanili che deve prevedere un accompagnamento di coloro che si prendono cura dei giovani da tutti i punti di vista e in particolare per aiutarli a crescere sempre di più sia nella fede che nel loro ruolo educativo.

Da qualche anno abbiamo inaugurato il percorso “Educare” (frutto del Sinodo) dove gli educatori dei gruppi giovanili si incontrano e si confrontano per il bene dei ragazzi. Inoltre la consulta diocesana di PG si riunisce periodicamente per stabilire alcune linee fondamentali comuni a tutti.

Quali sono le domande che si pongono i giovani oggi in tema di fede? Come aiutarli a incontrare il Signore?

Sicuramente, penso soprattutto ai giovani che bene o male frequentano i nostri ambienti, non si accontentano di una fede superficiale e soprattutto imposta. Desiderano fare una vera esperienza di vita e provare a capire cosa il Signore può dire alla propria esistenza. Il nostro compito credo che possa essere quello di invitarli a parlare (anche di cose che non vorremmo sentire) e, attraverso una vera testimonianza (che vale più di mille parole), fargli capire che la vita e la fede non sono due realtà separate, ma l’una vive dentro l’altra.

Come raggiungere invece i giovani più distanti della Chiesa? Ha senso dedicare energie in questo?

Credo che tanti giovani, anche coloro che apparentemente sono più lontani dai nostri ambienti abbiano dentro delle domande di senso molto profonde. A noi Chiesa sta il compito di suscitare queste domande e di non avere la pretesa di rispondere subito nel modo in cui vorremmo, ma avere la pazienza di andargli incontro e di prenderli per mano provando a far capir loro la bellezza della vita e il fatto che Gesù non toglie nulla, ma anzi può essere un valido e sicuro sostegno.

Se le nostre comunità e le nostre associazioni fossero un po’ meno rigide, qualche giovane in più, a mio parere si avvicinerebbe. Cominciamo dallo stargli vicino: la prossimità e la testimonianza sono il punto di partenza di una vera pastorale giovanile e quindi dedicare del tempo per stare in mezzo ai giovani non solo è auspicabile, ma necessario.

Una recente tesi di Riccardo Pollini ha messo in luce l’importanza di dare ai giovani spazi specificatamente per loro in cui condividere un cammino di fede, come può essere il Seminario diocesano. Sei d’accordo?

Sicuramente spazi come il Seminario (con tutte le attività relative) sono fondamentali, ma ciò che penso come prioritario è la valorizzazione dei giovani all’interno delle comunità parrocchiali. Personalmente (forse perché “vivo” in parrocchia da quando ho 6 anni) credo che sia la parrocchia il luogo dove può maturare una vera fede cristiana e credo che dobbiamo tornare a rendere i giovani protagonisti delle nostre comunità: questo non significa “rottamare” gli adulti, ma creare patti intergenerazionali che facciano capire che c’è posto per tutti. Poi bisogna stare attenti a non chiudersi all’ombra del proprio campanile ed ecco perché, soprattutto per la formazione, è bene creare spazi di comunione più ampi.

In conclusione, che relazione deve riuscire a creare la Chiesa con i giovani per guardare al futuro?

Due parole: gioia e fiducia… il resto viene di conseguenza!