L’enciclica di Leone XIV Magnifica Humanitas pone di fronte a un documento più che teologico e pastorale. E’ sicuramente e preminentemente di natura teologica e pastorale, ma le questioni che essa tocca appartengono a un orizzonte più largo, quello dell’etica delle tecnologie, della filosofia politica, della democrazia. Nel tempo dell‘Intelligenza artificiale si corre il rischio che questa abbia il primato sull’intelligenza umana, sulla libertà della persona, sulla coscienza. La posta in gioco è molto alta. Tutto questo viene approfondito nel libro di monsignor Mario Toso “Un’enciclica sociale per abitare il nostro tempo. Magnifica Humanitas”, edito dalla Società Cooperativa sociale Frate Jacopa.

Per prenotare il saggio, di prossima pubblicazione, è possibile contattare: Società Cooperativa Sociale Frate Jacopa – info@coopfratejacopa.it.
Per avvicinarci ai temi che vengono trattati nel volume, pubblichiamo di seguito la prefazione al libro del professor Stefano Zamagni.
La prefazione al libro del prof. Stefano Zamagni
Saluto con simpatia il saggio di Mons. Mario Toso che ora viene donato all’attenzione e alla considerazione del lettore. Un’enciclica sociale per abitare il nostro tempo è assai più di un pur utile e articolato commento della straordinaria enciclica di papa Leone XIV “Magnifica Humanitas” (MH). E’ piuttosto il tentativo, ben riuscito, di estrarre da questo documento magisteriale di Dottrina Sociale della Chiesa i punti che meritano prioritaria – seppure non esclusiva – attenzione, se si vuole, come si dovrebbe, andare oltre le familiari lamentationes nei confronti del nuovo modo di produzione. Ha scritto il celebre William James nei suoi Principles of Psycology: “L’arte di essere saggi è l’arte di conoscere ciò che va trascurato”. Ritengo che Toso sia riuscito ad essere saggio in tal senso. In queste sapide pagine, l’Autore sollecita la nostra curiositas (nel senso di Agostino) in merito a tre grossi temi, cui sono dedicati altrettanti capitoli del libro, preceduti da un efficace abbozzo dei tratti caratterizzanti la grande res nova dell’Intelligenza Artificiale (IA).
Transizione digitale e IA non sono – insiste Toso – uno scenario esterno cui adattarsi con qualche misura: sono il campo in cui si decide una parte fondamentale del nostro modello di civilizzazione. Ignorarlo sarebbe un grave errore di prospettiva. Subirlo passivamente, lasciando che vengano ridisegnate le infrastrutture delle relazioni interpersonali, del lavoro, della cura, della democrazia secondo logiche di estrazione e concentrazione del potere, sarebbe una imperdonabile mancanza di responsabilità. La tecnologia non è assiologicamente neutrale, perché assume il volto di chi la pensa, la finanzia, la regola, la usa. Soprattutto, la MH chiede all’uomo della tecnica, mentre si fa grande nei suoi progressi, di non portarsi fuori da se stesso, di saper ancora dire a se stesso chi si è. L’invito è di stare nelle cose senza mutarsi d’animo. La distopia algoritmica – quella che amplifica solitudine, polarizzazione e rendita – non è un destino: è una scelta di progetto. La società civile, come suggerisce Toso, deve ribadire il proprio ruolo di soggetto politico, e non di mero utente della tecnologia altrui. La proposta è di pensare all’IA come una “intelligenza comunitaria”, un bene che, come ogni bene comune, è tanto più potente quanto più è condiviso e governato democraticamente.
Il tema del lavoro
La domanda centrale che la MH pone è: la specie umana deve, o no, continuare ad abitare la terra? La risposta dell’Autore di questo saggio ruota attorno a tre questioni principali, di cui intendo sottolineare la cogenza. La prima concerne la giustizia sociale nell’era del capitalismo cibernetico e riguarda specificamente la vulnerabilità lavorativa. Il problema sta in questo: che fare per cercare di assicurare a tutti non tanto il mantenimento del posto di lavoro – un obiettivo irrealizzabile – quanto piuttosto la capacità lavorativa? Mai si dimentichi che il lavoro umano possiede non solo una dimensione acquisitiva – col lavoro, la persona acquisisce il potere d’acquisto con cui provvedere alle proprie necessità – ma pure una dimensione espressiva, perché è con il lavoro e durante il lavoro che la persona esprime la propria personalità, realizzando il proprio potenziale di vita. Se la prima dimensione rinvia alla nozione di lavoro giusto (“La giusta mercede all’operaio” aveva scritto Leone XIII nella Rerum Novarum), la seconda dimensione chiama in causa il concetto di lavoro decente. È tale il lavoro che, non solo non umilia la persona, ma assicura le condizioni per realizzare la fioritura umana (l’eudaimonia aristotelica). Non basta dunque garantire la giustizia del lavoro, ma occorre spingersi fino alla decenza del lavoro, che oggi corre il rischio di subire nuove forme di schiavitù.
Il tema della democrazia
Una seconda questione cui viene dedicata particolare attenzione è quella democratica. Una società può dirsi davvero libera se le opinioni su cui fonda la propria legittimità son fabbricate, orientate o catturate da altri? La crisi della democrazia non è un’emergenza, cui taluno si ostina a credere, ma una condizione strutturale del tempo presente. La polarizzazione, la perdita di fiducia nelle istituzioni pubbliche, la desertificazione della partecipazione – non solo come astensionismo al voto, ma come ritiro dalla vita civile – compongono un quadro che non si aggiusta con riforme elettorali, per quanto raffinate, o con campagne di comunicazione. Occorre nutrire la democrazia, distinguendo tra partecipazione autentica, cioè deliberativa, e partecipazione consultiva o performativa. Il deficit democratico si cura con più pratiche di reale condivisione del potere, come suggerisce il principio di sussidiarietà (circolare), che vale a porre in reciproca e sistematica relazione i tre pilastri dell’ordinamento sociale: Stato, Mercato, Comunità. Toso dimostra di avere chiara la distinzione tra ragione speculativa e ragione deliberativa. Se la nostra preoccupazione è solo cognitiva – cosa è l’IA e come funziona – allora ci adopereremo per politiche di un certo tipo. Se invece le nostre preoccupazioni sono di ordine pratico – cosa dobbiamo fare nella data situazione – allora tutto cambia, come è agevole immaginare. Toso non si ferma alla ragione speculativa, come purtroppo accade di osservare in troppi casi, anche in non pochi ambiti del nostro mondo cattolico.
Il tema della pace
Infine, è al drammatico tema della pace che il Nostro indirizza in più luoghi del testo la sua vigile attenzione. Nella nostra tradizione culturale, continua a circolare una convinzione antica espressa nella formula “Contra principia negantem, non est disputandum” (Non si discute né si dialoga, con chi nega i principi): se, a prima vista, un tale atteggiamento può apparire ragionevole, esso frena, in realtà, nelle situazioni di belligeranza, l’azione diplomatica, la cui ragion d’essere è proprio quella di avvicinare le parti in conflitto per mezzo del dialogo (che è ben altra cosa dalla conversazione o dallo scambio di oggetti). Invero, la vera sfida da raccogliere non è praticare il dialogo quando le condizioni ideali già esistono, ma quando queste difettano o vengono a mancare, per una ragione o per l’altra. È anche per questo che il principio di fraternità dimostra tutta la sua salienza, perché esso, a differenza della solidarietà, rende possibile il dialogo anche tra chi parte da principi diversi o addirittura antagonisti. Di qui l’invito accorato affinché i credenti cristiani, che sanno cos’è la fraternità, si impegnino in una traduzione cooperativa dell’idioma cristiano della misericordia, del perdono e della riconciliazione nella lingua della ragionevolezza, cioè in un registro espressivo potenzialmente accessibile a tutti. Viene alla mente, a tale riguardo, l’episodio narrato da C.S. Lewis nel suo Lettere a Berlicche, in cui si legge che il demone-capo – Berlicche – consiglia al nipote Malacoda, giovane demone ancora inesperto del mestiere, di non sprecare tempo a cercare di dimostrare che il materialismo è vivo e vegeto, perché la discussione dialogica su questioni fondamentali “sveglia la ragione”, che, una volta svegliata, non si sa dove possa condurre! Toso mai si è stancato di insistere sull’urgenza che i cristiani di oggi si adoperino, in tutti i modi, proprio per “svegliare la ragione”.
L’affresco che emerge da questo libro è venato di speranza, ma non indulge a facili entusiasmi. Toso non si nasconde le difficoltà che la ricerca di un ethos condiviso nelle nostre società multiculturali si porta appresso. Ma è persuaso che il senso della comunanza nell’umano – la koinotés dei greci – è inscritto in ogni persona, quale che sia la sua famiglia religiosa e culturale. È in vista di ciò che l’Autore di questo saggio non si limita a raccomandare di fare pace con gli altri – l’eirene dei greci – ma insiste sulla necessità di fare pace con se stessi – l’esichia dei greci – che denota la pace del cuore. Albert Camus scrive nell’ultima pagina di La Peste: “Quel che si impara in mezzo ai flagelli è che ci sono negli uomini più cose da ammirare che da disprezzare”. La vicenda umana e il pensiero teologico di Mario Toso ne sono eloquente conferma. Sia dunque lode a lui e a quanti vorranno ripercorrerne le tracce.
Stefano Zamagni














