«Nessun vescovo cammina da solo». È forse questa la frase che più di altre riassume l’incontro che sabato 12 settembre, in Seminario, il vescovo Michele Morandi ha voluto vivere con gli operatori dei settori pastorali della diocesi di Faenza-Modigliana. Non una riunione di lavoro per mettere semplicemente in fila attività, scadenze e programmi, ma un primo momento per condividere lo stile sinodale con cui affrontare il cammino della Chiesa nei prossimi anni. Morandi ha invitato anzitutto a cambiare prospettiva: «Non siamo qui solo per far funzionare le cose», ma per riconoscere nel proprio servizio una responsabilità che nasce dal Battesimo. Ogni operatore pastorale, infatti, è corresponsabile della missione di Gesù e il lavoro svolto negli uffici e nei diversi ambiti della Curia acquista senso proprio quando rimane ancorato a questa consapevolezza.
Il punto di partenza, per il nuovo vescovo, rimane dunque uno solo: «Rimanere attaccati a Gesù». Da qui nasce anche la seconda indicazione, avere «un cuore come Gesù buon pastore», cioè un cuore capace di lasciarsi coinvolgere concretamente dalla vita degli altri. E infine la «sollecitudine pastorale»: avere a cuore persone e situazioni concrete, evitando che la pastorale diventi soltanto organizzazione.
Una Chiesa missionaria: “l’importante è Colui che invia, non quanta distanza percorriamo”
È una prospettiva che porta con sé anche un invito a guardare oltre la semplice conservazione dell’esistente. La Chiesa di Faenza-Modigliana, come tutta la Chiesa italiana, deve misurarsi con il calo dei sacerdoti e con un cambiamento profondo della società. «Non possiamo pensare a una Chiesa di 40 anni fa – ha ricordato Morandi – siamo uomini e donne della Chiesa 2026». La sfida, allora, non può essere soltanto quella di garantire la sopravvivenza delle strutture, ma di chiedersi quali siano le «sfide alte» poste dall’umanità di oggi. Anche il tradizionale «si è sempre fatto così» va interrogato, soprattutto quando rischia di far perdere di vista ciò che accade intorno alla comunità cristiana. L’orizzonte indicato dal vescovo è quello di una Chiesa capace di essere missionaria, consapevole di essere inviata: non importa quanto grande sia lo spazio occupato o la distanza, perché «la nostra missione può avvenire anche attorno a un metro quadrato di terra».
“Non dobbiamo essere ossessionati dai numeri dei partecipanti ai nostri eventi, più importante creare legami profondi”
Missione, però, non significa protagonismo. Morandi ha insistito sul legame inscindibile tra missione e comunione: non si può essere davvero missionari senza custodire l’unità della Chiesa. Una comunione che non significa uniformità, ma concordia attorno a Gesù. E che richiede la presenza di tutti: «Niente senza il vescovo, niente senza consiglio presbiterale e diacono, niente senza consenso del popolo». Nessuna componente può essere considerata accessoria. Da qui anche una provocazione sul modo di misurare il lavoro pastorale. «Non preoccupiamoci dei numeri legati ai nostri eventi, alle celebrazioni», ha detto Morandi, invitando piuttosto a creare legami profondi. Perché «non si può fare formazione cristiana senza legami umani». Il futuro, nella sua prospettiva, non si costruisce necessariamente sulle masse, ma attraverso relazioni capaci di generare persone mature, corresponsabili e disponibili a prendersi cura della comunità.
L’attenzione al “dopo di noi” e alla Chiesa universale
In questo senso assume particolare rilievo il tema della formazione integrale e del «dopo di noi»: una Chiesa adulta è anche quella che non si limita a gestire il presente, ma prepara responsabilmente ciò che verrà. Il dato numerico dei sacerdoti rende ancora più urgente questa riflessione. Nella diocesi sono oggi 51 i presbiteri diocesani, 19 dei quali hanno più di 70 anni. «Proveniamo da una Chiesa che per secoli ha investito su tutti i fronti sul prete-parroco, ma oggi non è e non può essere più così», ha osservato Morandi. Il ministero presbiterale resta essenziale, ma dentro una Chiesa nella quale deve crescere la corresponsabilità di tutti i battezzati.
Un’ultima raccomandazione ha riguardato lo sguardo: non diventare «troppo provinciali», perché significherebbe perdere il respiro universale della Chiesa. Anche una diocesi come quella faentina, radicata nel proprio territorio e nelle sue fatiche, è chiamata a guardare lontano. Entro la fine dell’anno il vescovo convocherà il Consiglio pastorale diocesano e quello presbiterale. Saranno altri due luoghi nei quali cominciare a tradurre queste prime indicazioni in un cammino condiviso.














