Ieri sera piazza Martiri della Libertà era piena quando il Grande Forno del Collettivo Ceramicoscopio ha iniziato a prendere vita. Una struttura alta, una colonna rinascimentale, costruita in cinque livelli C’era fuoco, legna che ardeva e fumo, un pianoforte che suonava e i membri del collettivo coperti per sopportare le elevatissime temperature (quasi 1.300 gradi). La performance è d’impatto, mentre le fiamme erano alte, il collettivo con aste di ferro tiravano giù la parte esterna del forno scoprendo le maschere che si erano cotte all’interno.

Questa mattina, domenica 5, a poche ore dalla performance, abbiamo incontrato il collettivo per un’intervista a caldo, mentre smontavano e sistemavano i materiali, con la piazza che lentamente tornava alla normalità. «Siamo un po’ stanchi, ma contenti», dicono subito. «Ieri sera è stato intenso. Il Grande Forno è sempre imprevedibile, e ogni volta ci sorprende». Ci raccontano mentre si prendono un attimo di pausa «Quando fai una cottura così, non puoi prevedere tutto. E va bene così».

Il Collettivo Ceramicoscopio nasce nel 2021 a Nove, in Veneto, come risposta alla crisi del settore ceramico. Lo spiegano anche nel loro sito: un gruppo “rigenerativo e multidisciplinare”, formato da ceramisti, artisti, ricercatori, fotografi, videomaker. «Siamo in quindicina», raccontano. «Età diverse, lavori diversi, molti nel settore ceramico. Ma la passione è la stessa. E ogni settimana ci vediamo, e in più poi c’è tutto il resto. Concretamente non smettiamo mai… ma non possiamo farne a meno». La loro base è a Nove, ma il loro lavoro si muove tra tante piazze, come fu per Argillà a Faenza nel 2022.La loro filosofia è chiara «La costanza è tutto», ci dicono. «La ceramica ti insegna che se sbagli, non muore nessuno. Si impara. E si riparte da zero». È un modo di lavorare che non cerca la perfezione subito al primo colpo, ma la continuità.

La performance di ieri sera aveva un tema preciso: le età della vita. Cinque livelli, cinque fasi. «Abbiamo scelto di rappresentare le età della vita con varie maschere disposte su cinque cerchi», spiegano. «Sopra gli anziani, sotto i giovani. In mezzo le età di passaggio». Le maschere, sono un simbolo di trasformazione. «noi siamo un gruppo di età disparate e ognuno di noi ha dato il contributo creando maschere per varie fasi della vita».

“La gente vede la serata, ma dietro c’è tutto il resto”

WhatsApp Image 2026 09 06 at 16.04.16

Ieri sera durante la fase di rottura, per scoprire le maschere, la cupola ha ceduto e con lei parte della struttura. Un crollo improvviso, quasi impercettibile per la piazza, ma non per loro. «Per noi è stato uno scivolone, non previsto», ammettono. «Ma in ceramica capita. Se qualcosa va storto, fa parte del processo. Non ci spaventa». Non c’è dramma nelle loro parole. Solo constatazione. «è stato come un viaggio in moto, in cui a un certo punto cadi… Però ci siamo rialzati» ci dicono «certo, un poco ci dispiace, poteva venire meglio ma fa parte del gioco, non tutto è prevedibile» e continuano «facciamo spesso delle prove, Nove è anche un banco di prova, ma ovviamente non sempre le cose vanno uguali, basta cambiare un dettaglio e l’esito può essere diverso».

Il collettivo insiste su un punto «È un mix tra opera ceramica in sé e performance», spiegano. «Non siamo attori, ma non siamo solo ceramisti. Siamo un gruppo che lavora insieme. Ci mettiamo molto del nostro». Quasi 9 mesi di lavoro tra idee e realizzazione, ci lavorano da dicembre a questo progetto. Un camion, un furgone. Prove, errori, discussioni anche sui dettagli più piccoli. «La gente vede la serata, ma dietro c’è tutto il resto», dicono. «E per noi il processo è più importante del risultato».

Il ceramicoscopio, è uno strumento che permette di vedere dentro il forno durante la cottura. «È un modo per far capire cosa succede lì dentro», spiegano. «Le deformazioni, le trasformazioni. È tutto programmato, ma mai del tutto controllabile». È un approccio che unisce tecnica e divulgazione: far vedere ciò che normalmente resta nascosto.

“A Faenza la ceramica è cultura”

argilla1

Argillà è un appuntamento imperdibile per loro. «Faenza è una vetrina meravigliosa», dicono. «Qui la ceramica è cultura. La gente cerca di capire cosa stai facendo. Ma non devi spiegare tutto da zero». Giovedì pomeriggio è iniziato il lavoro effettivo in piazza. Montaggio, preparazione. E ora inizia lo smontaggio. «Non smettiamo mai», ripetono. «Quando finisce una cottura, si smonta e si comincia a pensare alla prossima». Non si fermano mai ed è proprio vero, dal 2024 infatti promuovono una rassegna di quattro cotture annuali scandite dal cambio delle stagioni con la condivisione pubblica dei risultati dei mesi di lavoro

Il collettivo non è formato solo da ceramisti, infatti, lavorano con un fotografo e un videomaker. «Stiamo preparando un documentario», anticipano. «Per noi è importante che il pubblico veda il processo. Non solo il forno acceso, ma tutto quello che c’è prima».  E ovviamente anche da musicisti, che improvvisano «La musica è parte della performance», spiegano. «Non è sottofondo. È un dialogo».

Quando l’intervista finisce, il gruppo è già pronto a tornare al lavoro. Nonostante la performance sia finita, qui di lavoro ne hanno ancora. Il Grande Forno di Argillà 2026 non è stato solo uno spettacolo. È stato un racconto sul lavoro collettivo. Un’opera che ha una vita breve, ma con dietro lavoro di mesi. E stamattina, a caldo, il Collettivo Ceramicoscopio lo ha raccontato con semplicità: «L’emozione è tutto».