Un film che nel 1966 sorprese il pubblico italiano e cambiò il modo di raccontare san Francesco sullo schermo. Dante Albonetti ripercorre il valore artistico dell’opera di Liliana Cavani, che sarà riproposta a Faenza nell’ambito della rassegna dedicata al santo di Assisi.
Un film che segnò la televisione italiana

Sussultarono gli italiani quelle due sere, 8 e 9 maggio 1966, quando in tv il film su san Francesco, in due puntate, attrasse, si disse, 20 milioni di spettatori. Voleva essere un semplice documentario l’opera prima di una giovane regista, originaria di Carpi, Liliana Cavani, che poi molto avrebbe fatto parlare di sé negli anni a seguire. Lungimirante e ardito, ma anche molto rischioso, fu il progetto di Paolo Valmarana, saggio e colto direttore della Rai, che scommise sull’opera in occasione dell’anniversario del santo di Assisi. La Cavani aveva chiamato a sé, per la stesura della sceneggiatura, Tullio Pinelli, uno degli sceneggiatori, insieme a Ennio Flaiano, più apprezzati del momento. Erano le penne d’oro di registi del calibro di Pietro Germi, Alberto Lattuada e Federico Fellini.
L’attraente bianco e nero del film, ora diafano, ora incisivo, aveva il sapore delle immagini pasoliniane, con l’inconsueto volto di Francesco, prestato da Lou Castel, scanzonato a dir poco, giovane attore svedese. L’anno precedente Lou Castel, con I pugni in tasca di Marco Bellocchio, aveva interpretato il personaggio del dissacratore del perbenismo borghese. Eppure, con il film su Francesco, la Cavani aveva firmato una straordinaria opera di innovazione stilistica, secondo le cinematografie del momento. Penso all’influsso pasoliniano, tratto dalla sequenza della Passione, del Vangelo secondo Matteo.
Il ritmo frenetico, le riprese libere di cogliere volti e scene con immediatezza, la ricerca di sguardi e occhi, furtivi, tristi o brillanti, la comunicazione diretta allo spettatore sono alcune dinamiche di un cinema più popolare e senza artifici. Citazione di alto cinema la ritengo nella scena iniziale, quando un dolente corale accompagna gli oppressi tessitori, evocando, ad esempio, Aleksandr Nevskij di Sergej Eisenstein, oppure quando i solitari flauto e, forse, oboe toccano le corde di una intensa emotività.
Gli anni Sessanta e il nuovo linguaggio cinematografico
Gli anni Sessanta ricordano una splendida stagione di film. Fermandoci all’Europa, nel Nord i grandi maestri come Victor Sjöström e Theodor Dreyer avevano ispirato il gigante Ingmar Bergman, che in quel tempo esprimeva tutt’altra corrente della nouvelle vague o della novità pasoliniana, donando Il posto delle fragole, Come in uno specchio e Persona. Da noi, al termine del neorealismo, Federico Fellini con La dolce vita e 8½, Luchino Visconti con Rocco e i suoi fratelli e Il Gattopardo, Pier Paolo Pasolini con il suo Vangelo secondo Matteo e La ricotta sono alcuni esempi, che rievoco a braccio, di quel fecondo periodo.
Liliana Cavani si era così giustificata: «L’esperienza del giovane Francesco che decide di imitare il giovane Gesù per amore, è il tema di tutto il mio lavoro e ho cercato di darlo il più possibile come cronaca che si svolge sotto i nostri occhi pensando che solo così fosse proponibile e avesse un poco quel carattere di verità che ebbe al suo tempo. Un’altra cosa: l’iconografia come la storia hanno per secoli ignorato le folle e la gente comune, come si trattasse di esistenze che “contano poco” o comunque “meno”; anche per san Francesco è andata così: è stato aureolato e isolato e messo tra i grandi personaggi, facendogli così, a mio avviso, un gran torto, perché lui ha sempre voluto restare tra la gente, mischiato a essa, comune più di loro».
Le proiezioni a Faenza
Martedì 27 ottobre, nell’ambito della preziosa iniziativa Francesco fra Arte e Cinema, ideata dall’Associazione Romagna Camaldoli, verrà proiettato al Cinema Europa di Faenza il film del 1966 della Cavani. Seguirà, martedì 3 novembre, la seconda regia della Cavani dedicata a Francesco, realizzata nel 1989.
Tante le opere su san Francesco, come quella di Franco Zeffirelli e, prima ancora, quella di Roberto Rossellini. Come pure la Cavani, che vi tornò altre due volte. Mi piace, a conclusione, rievocare la scena, a mo’ della Dolce vita felliniana, del bambino in lontananza che chiama Francesco tra i lebbrosi e, infine, l’accattivante trasposizione del Cantico delle Creature. Strapperà un mezzo sorriso anche ai più cinici. Ne sono sicuro.
Dante Albonetti














