La diocesi di Faenza-Modigliana piange la scomparsa di don Alfiero Nannini, sacerdote per 56 anni e parroco delle comunità di Villa Vezzano e Zattaglia. Il ricordo del vescovo Mario Toso, il profilo della sua vita e l’omelia pronunciata dal vescovo Michele Morandi durante le esequie.

Sabato 11 luglio, è deceduto a 79 anni don Alfiero Nannini, parroco di Villa Vezzano e Zattaglia nel Comune di Brisighella. Don Alfiero Nannini era nato il 19 agosto 1946, ed era stato ordinato presbitero il 17 maggio 1970.

Il vescovo Mario Toso, unitamente al presbiterio, si è subito unito al dolore dei famigliari e delle comunità parrocchiali di San Giorgio in Villa Vezzano e del Sacro Cuore di Gesù in Zattaglia: «Affidiamo la vita di don Alfiero alla bontà del Signore Risorto, grati per il suo generoso servizio presbiterale alla Chiesa di Faenza-Modigliana».

La vita di don Alfiero Nannini

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Don Giuseppe Alfiero Nannini nacque a Brisighella il 19 agosto 1946 venne ordinato presbitero dal papa san Paolo VI il 17 maggio 1970.

Venne nominato nello stesso anno vicario cooperatore della parrocchia di Sant’Agata sul Santerno e vice rettore del Seminario diocesano Pio XII che lasciò nel 1978. Licenziato in teologia presso la Pontificia Università “S. Tommaso D’Aquino” in Roma di seguito conseguì la Laurea in storia e filosofia presso l’Università degli studi di Bologna.

Nel 1994 venne nominato vicario parrocchiale della parrocchia del Sacro Cuore di Gesù in Zattaglia. Nel 2005 venne nominato amministratore parrocchiale di San Giorgio in Villa Vezzano e nel 2008 anche di Zattaglia. È stato assistente ecclesiastico del Centro Sportivo Italiano dal 1991 al 2005.

Ha insegnato lettere nelle scuole medie e superiori. Nel 2009 venne nominato parroco di Zattaglia e di Villa Vezzano. A causa di numerose conseguenze post operatorie, è morto nel Signore, l’11 luglio 2026 presso l’ospedale di Villa Maria in Cotignol Le esequie di don Alfiero sono state celebrate martedì 14 luglio nella chiesa parrocchiale di Zattaglia, presiedute dal nuovo vescovo Michele Morandi.

L’omelia del vescovo Michele Morandi

«La vita di don Alfiero iniziata nel Battesimo – ha detto nell’omelia monsignor Morandi – nutrita dall’Eucarestia, dal perdono e formata al servizio nella Chiesa per il mondo nel presbiterato, è stata una graduale ricerca della volontà di Dio. Essa si esprime in due cose: diventare come Gesù, prendere la sua stessa forma, quella dell’uomo libero e capace di amare dando tutto sé stesso, ed essere sempre con Lui. In questa ricerca della volontà di Dio si illumina tutto, anche quello che non comprendiamo e non vediamo della vita delle persone. Il bello è che la volontà di Dio non ci fa tutti uguali, tutti fotocopie, ma lascia a ciascuno la propria originalità».

Il vescovo ha spiegato poi come don Alfiero abbia ricercato la volontà del Signore, con la propria singolarità e originalità nei 56 anni di ministero presbiterale. Prima come cappellano a Sant’Agata, poi nei tanti anni spesi nell’insegnamento, nel Centro Sportivo Italiano, per le parrocchie di Zattaglia e Villa Vezzano e non ultimo, nell’amore per la sua famiglia, per i cari nipoti Marco e Luca.

«Ha cercato la volontà di Dio – ha aggiunto il vescovo Michele – non senza fatica, come tutti, e ha insegnato a cercarla: dalla semplice trasmissione della Preghiera del Signore, che mette in prima posizione il: “sia fatta la tua volontà”, al consiglio, alle indicazioni e alla vicinanza paterna a coloro che gli sono stati affidati. L’ha cercata senza lasciare fuori da essa le sue passioni, come quella della caccia, e i tratti caratteriali che gli sono propri, quali l’essere diretto e schietto. Ha cercato di renderne partecipi gli altri, facendone un punto di contatto anche per la comunità».

L’ultimo duro ed esigente passaggio della sua vita don Alfiero l’ha vissuto nel dolore fisico nel letto dell’ospedale, dove è stato conformato pienamente al volto del Signore sofferente, e dove ha “presieduto” la sua ultima ed esistenziale Messa.

«Di questo era consapevole – ha ricordato monsignor Morandi nella parte finale dell’omelia – e, con la schiettezza che gli era propria, senza formalismi, l’ultima volta che ci siamo visti all’ospedale mi ha detto con la sua voce squillante: “ho paura, ma mi affido al Signore… e dopo, se non mi riprendo, cosa facciamo? Ci penserà il Signore, e poi ne parleremo insieme. Intanto prego tanto per te e offro le mie sofferenze. Se mi riprendo, quando torno a casa ti faccio una grande festa e mangiamo insieme”. In queste poche parole, per quella che è stata la mia esperienza di don Alfiero, c’è tanto di lui: il non temere di essere uomo con le proprie paure, l’affidamento alla volontà del Signore, l’affetto schietto, diretto e concreto, la voglia di fare festa».

«Ora – ha concluso il vescovo – siamo consolati dal fatto che, se anche non siamo capaci di fare a pieno la volontà del Padre – perché tra mille ritrosie e limiti è davvero dura in certi momenti – sappiamo che il Signore Gesù questa volontà l’ha fatta. E sapete qual era? È questa: “che io non perda nulla di quanto mi ha dato, ma che lo risusciti nell’ultimo giorno. Questa è infatti la volontà del Padre mio: che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; e io lo risusciterò l’ultimo giorno”. Ora don Alfiero è nelle mani di Dio più che mai. Nulla di affidabile e buono poteva capitargli che essere nelle mani di Dio, e, poiché il Signore porta sempre al termine il lavoro iniziato, affidiamo la vita e la morte di don Alfiero al Signore perché completi l’opera di conformazione dei figli di Dio».