Dopo oltre quarant’anni di attività termina la gestione di Rosa Melandri alla guida della Sanitaria Faentina. Più che un bilancio personale, l’occasione diventa una riflessione sul commercio di prossimità, sull’evoluzione del settore sanitario e sulle sfide che attendono chi oggi decide di fare impresa.

Dopo oltre quarant’anni di attività termina la gestione di Rosa Melandri, titolare della Sanitaria Faentina. Aperta nel 1984, è stata una delle prime realtà nel campo degli articoli sanitari e della cura della persona. L’occasione, più che celebrare un successo, è quella di riflettere, insieme a Rosa Melandri, su cosa significhi oggi, per una donna, gestire un’attività in un momento in cui il centro storico si sta in parte svuotando di realtà imprenditoriali. In un recente articolo pubblicato sul Piccolo (23 aprile 2026), commentando i dati relativi al periodo 2019-2025, si evidenzia come il commercio al dettaglio abbia registrato una flessione del 9%. Le cause vengono ricondotte all’onda lunga dell’alluvione, al caro affitti e bollette e al cambiamento delle abitudini di consumo.

Intervista a Rosa Melandri

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Rosa Melandri in una foto d’epoca

Signora Melandri, in quarant’anni di attività sono sempre stati questi i principali fattori di difficoltà? Com’è cambiato fare impresa dagli anni Ottanta a oggi?

Di sicuro è cambiato soprattutto l’aspetto burocratico, più che quello commerciale o lavorativo. Nel nostro campo, l’alluvione – trattandosi di articoli di prima necessità e dispositivi medici – non ci ha colpito particolarmente. Anche durante gli anni del Covid abbiamo continuato a lavorare, sebbene la gente uscisse meno; finita la pandemia, però, il mercato si è ripreso notevolmente. In questi quarant’anni ho capito che, se non c’è qualcuno che ti segue in maniera quotidiana, è difficile andare avanti sotto il profilo commerciale. Tra tasse, occupazione del suolo pubblico, insegne e tutti gli adempimenti, gli impegni sono tanti. E poi ci sono i dipendenti: non rappresentano soltanto un costo, ma anche una risorsa fondamentale.

A proposito delle nuove abitudini di consumo, quale ruolo ha oggi l’e-commerce e come hai affrontato l’utilizzo dei social?

Sono del tutto contraria all’e-commerce nel nostro settore. Le persone devono poter toccare con mano quello che acquistano e devono sapere cosa stanno comprando. Mi ricordo un signore che aveva acquistato online un busto molto particolare e, quando è arrivato il momento di indossarlo correttamente, non era in grado di farlo. Se non hai personale specializzato che ti segue, è meglio evitare di acquistare certi prodotti online. Dietro c’è molta formazione, gli articoli sono molto tecnici e spesso devono essere adattati alla persona. Anche una semplice scarpa: non puoi comprarla senza conoscerne la calzata, a meno che non acquisti sempre lo stesso modello. Diverso è invece il discorso dei social. Se una persona cerca un articolo particolare e trova la nostra attività sui social o sui motori di ricerca, questo è molto positivo. Poi vengono direttamente da noi. Abbiamo clienti che arrivano da Lugo fino a Marradi, ma anche da fuori provincia.

In un settore altamente specializzato come quello medicale si assiste a un apparente paradosso: la popolazione invecchia e cresce il bisogno di strumenti per la cura, ma i negozi specializzati sono pochissimi, escluse le farmacie. Come mai?

Perché serve personale specializzato. Non ci si può improvvisare. Occorrono persone laureate, con competenze ortopediche: non basta saper vendere. Inoltre bisogna dedicare tantissimo tempo all’attività, non soltanto otto ore al giorno. Va detto anche che, rispetto a quando ho iniziato, una parte importante del nostro lavoro proveniva dalle richieste del settore pubblico per la fornitura di ausili. Negli ultimi due o tre anni questa fetta si è ridotta notevolmente a causa dei forti tagli alla sanità operati dallo Stato, che hanno coinvolto perfino i malati oncologici. Eppure, per quanto ne so, nessuno ha portato davvero all’attenzione questa problematica. Non tutti possono permettersi di acquistare un tutore da oltre quattrocento euro da utilizzare soltanto per due mesi. Da qui si apre anche una riflessione sulla possibilità di sviluppare un mercato dell’usato, che però richiederebbe macchinari specifici per l’igienizzazione dei dispositivi.

A un giovane che oggi volesse intraprendere questa attività, cosa consiglieresti?

Di sicuro di conseguire la laurea in Tecniche ortopediche e di fare almeno cinque anni di esperienza in un’altra struttura. Solo dopo si può pensare di mettersi in proprio. È importante anche scegliere una posizione vicina a un ospedale. Bisogna dimenticarsi dell’idea di lavorare soltanto otto ore al giorno e mettere in conto la necessità di assumere dipendenti. Il problema è che collaboratori altamente qualificati oggi non si trovano facilmente. Esiste un problema di formazione.

Chi deve preparare queste figure professionali?

Non parliamo di semplici commessi: il nostro personale lavora direttamente sulle persone. Inoltre la laurea, da sola, non basta. Manca la pratica, che non si acquisisce soltanto sul campo, come è accaduto a molti di noi in passato, con normative diverse, ma attraverso un lungo percorso di esperienza in altre realtà, come dicevo prima.

Mattia Randi