Di seguito riportiamo una lettera giunta in redazione dal candidato sindaco Claudio Miccoli.
Spett.le Redazione de “Il Piccolo”, desidero rispondere all’intervento del signor A.R., che dalle vostre colonne ha motivato l’astensione con un giudizio molto severo sull’offerta politica faentina, compresa la mia candidatura.
Rispetto il diritto di ogni cittadino di non votare. Non condivido però l’idea che l’astensione possa essere presentata come una scelta di superiore responsabilità civile. In democrazia il dissenso si esercita partecipando, informandosi, confrontandosi, scegliendo e anche criticando duramente. Rinunciare al voto e poi liquidare tutti come inadeguati rischia invece di trasformarsi in una sanzione morale che non contribuisce alla crescita e al miglioramento della comunità.
Nel suo intervento il signor R. sostiene che la mia candidatura sarebbe nata “per caso”, grazie alla notorietà riflessa di una polemica. È una rappresentazione che respingo con fermezza, perché riduce in modo superficiale una storia professionale, amministrativa e pubblica lunga decenni.
Quell’episodio ebbe certamente evidenza sulla stampa, ma non può diventare l’emblema della mia persona. Chi mi giudica solo da quello dimostra semplicemente di non conoscermi.
Mi sono laureato con il massimo dei voti e la lode, risultando il miglior laureato del quadriennio su oltre 300 laureati, entrando poi nei quadri dell’insegnamento universitario a Bologna come assistente. Ho vinto il concorso pubblico per geologi della Regione Emilia-Romagna, dove ho lavorato per 41 anni, ricoprendo ruoli apicali della dirigenza, sempre attraverso concorsi pubblici, con responsabilità sulle province di Bologna, Ferrara e Ravenna, compresi i territori della Bassa Romagna e della Romagna Faentina.
Sono stato assessore del Comune di Ravenna con deleghe ai Lavori Pubblici, Patrimonio, Aziende, Sport, Protezione Civile e Legge Speciale per Ravenna. Ho ricoperto anche il ruolo di vicepresidente di Romagna Acque S.p.A., contribuendo alla trasformazione della società e alla chiusura dell’anello di distribuzione acquedottistica che ha consentito di portare l’acqua di Ridracoli in tutta la Romagna.
Tra le altre esperienze, ricordo la predisposizione del primo regolamento in Italia per la realizzazione degli invasi a scopo irriguo, uno strumento che ha permesso al sistema della frutticoltura romagnola di compiere un importante salto di qualità.
Questo non significa che il mio percorso mi renda immune da critiche. Chi si candida deve accettare il giudizio dei cittadini, ma una cosa è criticare idee e programmi; altra cosa è liquidare una candidatura come frutto del caso senza essersi nemmeno presi la briga di ascoltare uno degli otto confronti pubblici tra candidati sindaci organizzati a Faenza durante la campagna elettorale.
In quelle occasioni non si è parlato solo di schieramenti o appartenenze. Si è parlato di alluvione, sicurezza idraulica, infrastrutture, gestione del territorio, sviluppo economico, rifiuti, casa, sicurezza, frazioni e futuro della città. Chi voleva conoscere le proposte aveva tutti gli strumenti per farlo.
Le proposte erano concrete: il rafforzamento degli asili nido con l’introduzione degli asili nido di rete, un Patto per la sicurezza con 20 nuovi agenti di Polizia Locale e 20 unità aggiuntive delle forze dell’ordine statali, su cui era già stata acquisita una disponibilità del Ministero; un piano strade quinquennale con manutenzioni programmate, monitorate e verificabili; l’infermiere di quartiere; una maggiore attenzione agli anziani, alle persone fragili e alle famiglie; interventi per il decoro urbano, per il sostegno alle imprese e per una gestione più efficiente dei servizi pubblici.
Si potevano condividere o contestare, ma allora perché non entrare nel merito? Perché non portare critiche, suggerimenti, proposte alternative? Liquidare tutto come improvvisazione, senza confrontarsi con i contenuti, non aiuta Faenza e non migliora la qualità della politica.
Faenza ha certamente bisogno di serietà, ma nessuna città si rialza attraverso il disimpegno della comunità. Si rialza con cittadini che partecipano, votano, criticano e, quando serve, si candidano. Non dimentichiamo che molte persone, oltre a votare, hanno scelto di dare un contributo diretto partecipando alla vita politica, costruendo programmi e portando all’attenzione pubblica i problemi della città.
L’astensione può essere comprensibile come segnale di sfiducia, ma non può diventare una medaglia civica, soprattutto quando le proposte erano molteplici e quando tanti candidati di lista hanno lavorato per rappresentare problemi e soluzioni.
Chi vuole cambiare le cose non può limitarsi a dichiarare inadeguati tutti gli altri. Ha uno strumento che vale molto di più: la partecipazione e solo attraverso la partecipazione si contribuisce alla crescita della comunità.














