La riapertura della collegiata di Brisighella porta con sé una gioia autentica. È la restituzione di una “casa” alla comunità, un segno di rinascita dopo ferite e fatiche. Eppure, fermarsi a questo sarebbe riduttivo. Perché una chiesa che riapre non è mai un punto d’arrivo: è, piuttosto, un inizio, per ricostruire anche le “pietre vive”. Un’espressione antica, ma attuale. Le mura restaurate, per quanto belle e necessarie, non bastano. Se restano vuote, se non diventano luogo di comunione, se la fede si riduce a memoria o ornamento, allora anche lo sforzo più grande perde significato. La Settimana Santa ci riporta all’essenziale: una fede che non si contempla solo, ma si vive, si condivide, si incarna e d è fatta di corresponsabilità quotidiana. 

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E mentre a Brisighella si riapre una chiesa, altrove accade qualcosa che interroga nel profondo. A Gerusalemme, nello stesso giorno, è stato impedito al cardinale Pizzaballa di entrare al Santo Sepolcro per la celebrazione della Domenica delle Palme. Un fatto grave, poi rientrato nelle ore successive grazie a un intervento istituzionale che ha ristabilito le condizioni per le celebrazioni pasquali. Quasi in contemporanea, un’altra notizia arrivava dalla stessa terra: la reintroduzione della pena di morte in Israele per alcuni reati legati al terrorismo. Due fatti diversi, ma che si collocano dentro lo stesso orizzonte: quello di una Terra Santa attraversata da tensioni profonde, dove anche ciò che dovrebbe essere più sacro – la vita, la preghiera, la dignità – diventa fragile, esposto, negoziato. Ed è proprio qui che la provocazione della Pasqua irrompe con tutta la sua forza. I cristiani in Terra Santa sono davvero una “minoranza nella minoranza”e tuttavia continuano a vivere, pregare, costruire relazioni. Ci sono porte che devono essere custodite ogni giorno, come quelle del Santo Sepolcro.

Dentro questa consapevolezza, la Settimana Santa cambia prospettiva. Il tempo liturgico diventa un invito a guardare oltre i nostri confini. A sentirci parte di una Chiesa che è davvero universale. Poche settimane fa, visitando la Terra Santa con i giornalisti Ucsi, abbiamo incontrato comunità che vivono la fede in modo essenziale e tenace. Penso in particolare a Taybeh, villaggio cristiano della Cisgiordania, dove poco più di mille persone continuano a resistere tra difficoltà crescenti e pressioni quotidiane da parte dei coloni israeliani.

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I giornalisti Ucsi con padre Bashar, parroco del villaggio di Taybeh in Cisgiordania

«Venite, vedete, restate con noi», ci ha detto il parroco, padre Bashar. Non era solo un invito, ma una richiesta profonda: non dimenticateci. È forse questo il cuore dell’appello che ci raggiunge in questi giorni. Stare vicini ai cristiani di Terra Santa non è un gesto astratto, ma una responsabilità concreta per costruire pace. Anche attraverso segni semplici ma significativi, come la colletta del Venerdì Santo, che da sempre sostiene quelle comunità e le aiuta a custodire, anche per noi, i luoghi della fede. «Quei luoghi – come ci ha ricordato il Custode padre Ielpo – che ci aiutano a rimanere attaccati all’unico che qui, duemila fa, ha amato tutti. Anche i suoi persecutori». E da allora in Terra Santa continua a esserci chi, nonostante tutto, non si arrende alla logica della morte, della pena capitale e della disumanizzazione.

Non lasciamoli soli.

Samuele Marchi