Due giorni di volontariato per entrare in contatto con una realtà spesso ai margini della società, trasformando il  servizio in un percorso intenso, ricco di incontri e capace di lasciare un segno profondo. Alcuni ragazzi del gruppo scout Faenza 2 di San Giuseppe si sono recati a Forlì, per svolgere un servizio intenso e significativo presso la Comunità Terapeutica Fornò della Papa Giovanni XXIII. Qui vengono accolte una ventina di persone, dai 30 ai 60 anni circa, con problemi di dipendenza da droghe e alcol, oltre ad alcuni ex detenuti impegnati in un percorso di pena alternativa all’interno della struttura. Per due giorni, sabato 31 gennaio e domenica 1 febbraio, i giovani hanno scelto di immergersi nella quotidianità della comunità non limitandosi a osservare, ma partecipando in prima persona. Hanno condiviso attività, momenti di confronto e spazi di vita comune, con spirito di ascolto, rispetto e servizio.

Il sabato pomeriggio si è aperto con una lunga partita di calcio: un momento semplice, ma prezioso, che ha aiutato a rompere il ghiaccio con loro. In serata, invece, gli scout hanno animato un momento di giochi e attività pensate per offrire uno spazio di svago e leggerezza. Nel corso del fine settimana hanno dato una mano anche nelle attività quotidiane della struttura, dalle pulizie ai pasti, entrando così nel ritmo concreto della vita comunitaria. Accanto alle attività pratiche, centrali sono stati il dialogo e l’ascolto. I ragazzi hanno potuto confrontarsi direttamente con gli ospiti, raccogliendo testimonianze personali e storie di vita segnate da difficoltà, ma anche da coraggio e desiderio di cambiamento. A raccontare l’esperienza è la scout Bianca Caroli, 19 anni. Insieme a lei hanno partecipato altri quattro ragazzi del gruppo Faenza 2.  

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Struttura della Comunità Terapeutica Fornò

Intervista a Bianca, giovane scout del Fa2: “è stato davvero ammaliante vederli così sicuri e presenti a se stessi, spesso più di quanto lo sia io stessa.”

Bianca, Quali obiettivi vi eravate posti prima di iniziare, e perchè avete scelto questo tipo di servizio? 

Il nostro obiettivo principale era conoscere meglio questa realtà attraverso un’esperienza diretta. Abbiamo optato per questa associazione perché era strettamente legata ai nostri interessi. La scelta è stata anche un modo per anticipare il “capitolo” che il nostro gruppo scout ha deciso di affrontare quest’anno, ossia il tema delle carceri. Il capitolo è un momento fondamentale del percorso formativo del clan, la branca scout che coinvolge giovani tra i 16 e i 20 anni, e rappresenta un’occasione di riflessione e confronto su un argomento condiviso scelto da noi. 

Prima di partire, c’era qualcosa che vi metteva timore? 

Credo che tutti noi avessimo, anche in modo inconscio, qualche pregiudizio. Paure e dubbi che però si sono subito dissolti non appena abbiamo conosciuto i ragazzi della comunità. Non conoscendo la realtà, è naturale non riuscire a immaginare cosa ci si potrà trovare davanti, ma l’esperienza ha superato di gran lunga ogni aspettativa.

Com’è stato il primo impatto con la comunità? 

E’ stato davvero molto positivo. Abbiamo iniziato con una partita di calcio, anche se noi ragazze, a differenza dei ragazzi, siamo rimaste sedute a osservare e a chiacchierare con alcuni di loro. Guardandoli giocare, ho notato quanto il calcio fosse per loro un’abitudine, un momento di libertà e divertimento, pieno di adrenalina. È stato sorprendente vedere come, in quel contesto, non percepissi la comunità come una struttura formale, ma come un normalissimo gruppo di amici che gioca e si diverte insieme.

Ascoltando le loro storie e testimonianze, c’è stato qualcosa che ti ha particolarmente impresso?

La straordinaria consapevolezza di sé di queste persone. Conoscono profondamente le proprie emozioni e i propri comportamenti impulsivi, ed è stato davvero ammaliante vederli così sicuri e presenti a se stessi, spesso più di quanto lo sia io stessa. Conoscevano bene la propria storia e non cercavano in alcun modo di giustificare le proprie azioni; erano pienamente consapevoli del loro passato e del percorso che stanno tutt’ora intraprendendo per migliorarsi. Mi ha impressionato anche la fermezza con cui raccontavano le loro esperienze. Un racconto in particolare mi è rimasto impresso: uno di loro parlava della sua famiglia, spiegando che non era diventato deviante perché provenisse da un contesto problematico. La sua famiglia era “normalissima” e gli è sempre stato accanto cercando di aiutarlo, ma per certe influenze esterne è cresciuto in modo problematico, rendendo difficile per la famiglia stargli dietro. La consapevolezza di aver sviluppato dipendenza nonostante un’infanzia apparentemente “ordinaria” mi ha davvero colpito, perché spesso ci si aspetta che chi affronta certe difficoltà provenga da contesti familiari complicati o da un passato turbolento.

⁠Questa esperienza ha cambiato le tue idee che avevi inizialmente? 

Ha messo fortemente in discussione le mie idee iniziali. Prima di tutto, sono rimasta colpita dall’importanza e dall’utilità delle comunità terapeutiche: i ragazzi hanno l’opportunità di confrontarsi quotidianamente con professionisti e psicologi altamente formati, capaci di gestire emozioni complesse, scatti di rabbia o comportamenti difficili. Credo che questo contribuisca in modo decisivo alla loro autoconsapevolezza e autonomia, ed è stata la cosa che più mi ha sorpreso. Anche i ragazzi stessi mi hanno fatto riflettere profondamente. Ho realizzato che, al di là delle loro esperienze difficili, sono ragazzi esattamente come noi. Uno di loro mi ha raccontato che, prima di entrare in comunità, frequentava attività ordinarie come gli scout e che spesso con il gruppo andava in comunità solo per conoscerne la realtà. Per assurdo, oggi si trova a viverla in prima persona. Questo fa capire e riflettere quanto certe esperienze possano riguardare chiunque e quanto siano più vicine a tutti noi e le nostre realtà di quanto si potrebbe immaginare.

Fa2 2
Gruppo scout Fa2

Com’è organizzata la loro giornata tipo?

Noi abbiamo trascorso con loro solo due giorni durante un weekend, quindi ciò che abbiamo vissuto e osservato è leggermente diverso dalla routine infrasettimanale. Ci hanno spiegato che normalmente la giornata inizia verso le 6:30 con la colazione, seguita dal lavoro che occupa quasi tutta la giornata, e dalle attività quotidiane, come preparare i pasti, pulire rapidamente la struttura e, a volte, guardare un po’ di TV nelle ore serali prima di dormire. Durante il weekend, invece, la sveglia è posticipata alle 8 e la colazione arriva un quarto d’ora dopo: prima si prega, poi si mangia, e subito dopo si puliscono le stoviglie. Ho notato con quanta precisione rispettino orari e tempistiche. Il sabato pomeriggio è dedicato al tempo libero, ad esempio al calcio all’aperto, mentre la sera c’è il momento di brainstorming, in cui discutono su cosa fare, per poi fare il recap della settimana, a cui noi non potevamo partecipare. Di solito la serata è dedicata al relax, ma quel giorno l’eccezione è stata una serata di divertimento che avevamo organizzato per loro: un momento durato fino alle 23 circa, con giochi e attività pensati per divertirsi insieme. Mi ha stupito quanto si siano divertiti e quanto entusiasmo abbiano messo nel partecipare. La domenica, solitamente, viene dedicata a una pulizia intensa della struttura. Dopo colazione e messa, anche noi abbiamo contribuito a queste mansioni. Purtroppo siamo dovuti partire subito dopo pranzo, ma ci hanno raccontato che quel pomeriggio avrebbero fatto un giro per Forlì, assieme ad altri ragazzi.

Com’è stato trascorrere il tempo con i ragazzi? 

E’ stato molto interessante. Alcuni erano più aperti nel parlare di sé e della propria esperienza, altri invece più riservati, ma in ogni caso ho avuto l’opportunità di ampliare molto la mia prospettiva su questo mondo e sull’autoconsapevolezza dei ragazzi. Notavo di continuo quanto fossero produttivi su quello che facevano, anche con l’uso dei telefoni: molti di loro non hanno accesso costante, mentre chi lo possiede può usarlo solo per alcune ore e ho notato come sempre lo usino per attività importanti. Molto spesso spendono i loro momenti vuoti attraverso la lettura o aiutare nelle faccende quotidiane.

Ti sei mai sentita fuori posto in qualche situazione? Quale momento ti è piaciuto di più?

Non mi sono mai sentita fuori posto; durante i pasti eravamo tra noi divisi e sparsi nei vari tavoli, si chiacchierava moltissimo con loro e avevano tantissimo da raccontare, rendendoci partecipi della loro vita. Il momento che mi è piaciuto di più è stato il sabato sera, durante la serata che avevamo organizzato: giochi e attività che li hanno coinvolti al massimo, quella sera erano completamente concentrati e carichi di entusiasmo. Vederli così partecipi e felici mi ha fatto molto piacere e mi ha confermato quanto abbiano apprezzato la nostra presenza e l’attività che avevamo preparato.

Dopo aver vissuto questa esperienza, cosa porti con te?

Sicuramente porto con me nuove idee e prospettive su cosa sia effettivamente una comunità terapeutica e su chi siano i ragazzi che vi vivono. Ho capito quanto siano persone come noi, che hanno vissuto esperienze particolari che li hanno portati a compiere gesti estremi o scelte difficili. Guardandoli, ho realizzato come anche banalmente le piccole dipendenze possono trasformarsi in qualcosa di molto più grande e difficile da gestire. È stata un’esperienza che mi ha dato grande piacere e, anche a distanza di due o tre settimane, continuo a parlarne con molte persone vicine a me. Credo sia molto interessante condividerla, perché finché non si entra in una comunità terapeutica e non la si conosce da vicino, è difficile comprenderne davvero il valore. Mi porto dietro la possibilità di raccontare ciò che ho visto e vissuto, assieme ai suoi aspetti più belli e interessanti.

Asia Mamini