A sedici chilometri da Gerusalemme, nel cuore della Cisgiordania, Ramallah è oggi la capitale amministrativa dell’Autorità Nazionale Palestinese. Città storicamente cristiana, conta circa 30mila abitanti: i cristiani sono ormai minoranza, ma rappresentano ancora una presenza significativa e vitale. Nella parrocchia della Sacra Famiglia i fedeli sono circa 2.500. È qui che abbiamo incontrato un gruppo di giovani – tra cui alcuni scout – che ogni giorno non si arrendono alle logiche dei muri, nonostante le difficoltà. Il contesto è segnato da tensioni politiche e sociali acuite dopo il 7 ottobre 2023. Muoversi significa fare i conti con checkpoint, controlli, tempi incerti. Costruirsi un futuro è una sfida concreta. «Siamo consapevoli – raccontano – che se non ci sono lavoro, sicurezza e dignità, sarà difficile restare qui». Eppure la scelta di molti è proprio quella di rimanere.

Padre Yacoub e la sfida dell’emigrazione: “Vogliamo cambiare paradigma per i giovani. Dopo il 7 ottobre, tutto è più difficile”

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L’incontro di padre Yacoub con i giornalisti Ucsi Emilia-Romagna e il vescovo di San Marino-Montefeltro, monsignor Domenico Beneventi

“Non è facile – commenta il parroco, padre Yacoub Rafidi – anche perché dopo il 7 ottobre l’attività lavorativa è molto più complessa, e a livello psicologico la situazione è pesante. La grande sfida che abbiamo èl’emigrazione della nostra gente, che cerca futuro altrove. Noi con la nostra testimonianza di fede e il nostro impegno nellescuole cristiane cerchiamo di andare controcorrente e cambiare paradigma”. E i segni ci sono: “le nostre chiese sono piene – ci dice padre Yacoub – la nostra fede è forte. Finché ci sono i bambini, c’è futuro”.  Con il sacerdote hanno dialogato i nove giornalisti dell’Ucsi Emilia-Romagna e il vescovo di San Marino-Montefeltro, monsignor Domenico Beneventi. I dieci hanno partecipato a un viaggio, dal 12 al 15 febbraio scorsi, cui diamo ampio spazio nell’edizione cartacea del giornale in edicola da giovedì 19 febbraio. Tra i luoghi visitati, alcuni tra quelli più a rischio: oltre a Ramallah, il villaggio di Taybeh preso spesso di mira dai coloni israeliani e il campo profughi “Aida”, a Betlemme. La proposta è stata di iniziativa Ucsi regionale e organizzata con la Petroniana viaggi.

I gruppi giovanili, Laila: “Con i social, in tanti vedono che fuori c’è un mondo che offre loro molte più opportunità”

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Laila e padre Samuele, della parrocchia di Ramallah

A guidare il gruppo giovanile della parrocchia è Laila, che ci testimonia come il suo non sia un cammino improvvisato: è diplomatica presso il ministero degli Esteri palestinese, con studi in giornalismo alle spalle. Il suo impegno in parrocchia nasce dal desiderio di accompagnare i ragazzi in un tempo complesso. «Abbiamo due obiettivi – spiega –. Il primo è la fede: aiutare i giovani a conoscere Dio, a sentirsi parte della Chiesa. Il secondo è legato alla situazione politica: vogliamo sostenerli, perché il contesto è complicato».

Oggi i social network sono una finestra aperta sul mondo. «I giovani vedono quello che c’è fuori, le opportunità, le libertà – continua Laila –. E spesso pensano che la soluzione sia andarsene». Non è un pensiero astratto: dal 1948 a oggi migliaia di cristiani hanno lasciato Ramallah, soprattutto verso gli Stati Uniti. «In America – raccontano – ci sono più di 70mila cristiani di origine ramallese. E chi va via, di solito, non torna». Il gruppo parrocchiale cerca allora di offrire radici solide. «Vogliamo che i ragazzi siano radicati non solo in questa terra, ma anche nella loro Chiesa», dice Laila. Un lavoro che non svolge da sola: accanto a lei ci sono sacerdoti, come il parroco padre Yacoub, padre Samuele, suore e altri responsabili laici. L’obiettivo è creare comunità, senso di appartenenza, consapevolezza.

Il gruppo scout di Ramallah: l’impegno quotidiano per i più piccoli. Dal servizio alla crescita nella fede

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Il gruppo scout cattolico “Holy Family scout” (Foto Facebook)

Tra i volti più luminosi di questi giovani c’è Oriana, 25 anni, capo scout dell’Holy Family Scout. Indossa un vistoso fazzolettone giallo e il giglio, simbolo che la unisce a milioni di scout nel mondo. Ha studiato management e contabilità, è alla ricerca di lavoro, ma da due anni ha scelto di assumersi la responsabilità di guidare i più piccoli come capo scout. «Sono scout da quando ero bambina – racconta –. Oggi abbiamo gruppi che vanno dai lupetti di cinque anni fino ai sedicenni. Poi li prepariamo, se vogliono, a diventare capi a loro volta». Anche per gli scout il percorso ha una duplice finalità: «Servizio alla società e crescita nella fede. Vogliamo educarli ad aiutare, a dare una mano, ma anche ad avvicinarsi a Dio».

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Alcune attività con i giovani scout (foto facebook)

In un contesto segnato da incertezza e tensione, le attività scout diventano spazi di respiro. Vengono così promossi campi di due o tre giorni, incontri formativi, momenti di gioco. Il 12 febbraio, ad esempio, hanno organizzato un appuntamento sul tema di San Valentino, riflettendo sull’amore cristiano: «Abbiamo parlato del vero amore come dono, sacrificio e servizio, sull’esempio di Cristo». L’incontro è stato accompagnato da giochi e attività che hanno rafforzato lo spirito di squadra.

Pochi giorni dopo, in occasione della Giornata mondiale del malato, gli scout e le ragazze della Sacra Famiglia hanno visitato il rifugio dell’ospedale Amwas: una messa insieme, tempo trascorso con gli anziani, piccoli gesti di cura e parole di conforto. «Abbiamo cercato di portare frammenti di gioia e amore», raccontano.

Una “resistenza” silenziosa

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Sono segni semplici, ma in questa terra assumono un valore profondo. Non si tratta di grandi manifestazioni, ma di una “resistenza silenziosa”: restare, educare, servire. Continuare a credere che la fede possa generare speranza anche tra checkpoint e restrizioni.

Ramallah conserva ancora un’atmosfera cristiana, con scuole tra le più antiche della regione e una pluralità di chiese. Le relazioni con la maggioranza musulmana sono generalmente buone. Ma la pressione economica e politica resta forte. Eppure, ascoltando questi giovani, non si percepisce rassegnazione. Si avverte piuttosto una determinazione matura. «Vogliamo fare del bene qui – dicono –. Non è facile, ma questa è la nostra casa». Tra le strade di Ramallah, tra sogni che guardano lontano e radici che affondano nella storia, la parrocchia della Sacra Famiglia continua così a generare speranza. Con giovani protagonisti che, giorno dopo giorno, scelgono di trasformare le difficoltà in occasione di servizio e di fede.

Samuele Marchi