Quando la mattina del 17 maggio dopo una notte insonne, i miei familiari ed io siamo scesi al piano terra della nostra casa in Corso Saffi n. 39, dove l’acqua e il fango avevano raggiunto 1,60 metri di altezza, e sommerso completamente le cantine, abbiamo visto tanta devastazione e abbiamo subito pensato subito a pulire e rimettere a posto. Ci aspettava un grande lavoro. In quel momento la Maratona dles Dolomites era l’ultimo dei pensieri. Fortunatamente, subito dopo aver aperto la porta di casa, sono passati i volontari che hanno cominciato a darci una mano e a pulire per liberare l’ingresso e il corridoio da acqua e fango. Tutto era reso più difficile dalla
mancanza della corrente elettrica che si è protratta per 8 giorni consecutivi. Quasi tutto quello che era in cantina e al piano terra è andato perduto e ancora oggi i vani al piano terra sono inutilizzabili a causa dell’umidità che in alcuni punti dei muri raggiunge quasi il 100%.
In pochi giorni, sia i miei familiari ed io, sia le decine di volontari che si sono alternati e che non potremo mai ringraziare abbastanza, abbiamo compiuto un lavoro enorme, che ci ha consentito di ripulire tutto e anche di riaprire lo studio notarile. Un’efficace sintesi è data da quello che mio nipote Fabio di 9 anni ha scritto nella barchetta che il Maestro gli ha fatto disegnare al ritorno a scuola.

Riprendere a correre dopo l’alluvione: da Corso Saffi all’Alta Badia

Finalmente, il 4 giugno, sono risalito in bicicletta. Uscendo da Faenza, erano ancora evidenti i segni della devastazione, sia nelle strade, sia negli edifici, sia nei campi. A poco a poco sono riuscito a rimettermi un po’ in forma. Ho quindi deciso di fare il percorso medio 106 km e 3000 metri di dislivello, già moltissimo vista la situazione. Arrivato a Corvara, non ho potuto non vedere la differenza tra i prati verdi e fioriti e i boschi incontaminati dell‘Alta Badia e Corso Saffi e le tante zone di Faenza dove tante case non sono più abitate e tanti negozi e attività sono chiusi e forse non riapriranno mai più.

La gara: 106 km con 3000m di dislivello in poco più di 7 ore

La mattina del 2 luglio, dopo la benedizione del Decano della Val Badia don Jakob Willeit che ha ricordato il tema di quest’anno l’Umanità, che ci deve guidare nelle relazione interpersonali e il contributo alla pace della Maratona, che si svolge nei luoghi come il Col di Lana e il Lagazuoi che hanno vissuto gli orrori della Grande Guerra e il cui tracciato è disseminato di ossari di guerra (Pocol, Plan de Salejei, Pordoi), la gara è partita con il Sella Ronda con i Passi di Capolongo, Pordoi, Sella, e Gardena, affrontati da me a ritmo non elevato ma senza difficoltà. Poi ancora il percorso della Roda Fodoma (chiamata così perché attraversa il Fodom, il territorio di Livinallongo del Col di Lana; roda in ladino è tutto ciò che è tondo da Roda Fodoma a Roda Reda – questo per evidenziare alcune similitudini tra il Ladino e il dialetto romagnolo, ad esempio anche in ladino tempesta vuol dire grandine), consistente nei passi di Campolongo, Falzarego (da Cernadoi) e Valparola. La salita del Falzarego è impegnativa ma meravigliosa perché attraversa il Bosco di Andraz e permette al turista di visitare il Castello di Andraz nei secoli di proprietà del Vescovo di Bressanone, e conoscere la correlata attività di estrazione del ferro delle miniere del Fursil e la disputa della Val Badia tra Nicolò Cusano Vescovo di Bressanone e Verena Badessa di Sonnenburg/Castel Badia. Degno di menzione è poi in località Plan de Fauzarè il complesso con albergo (anticamente un edificio austriaco adibito ad ospedale durante la Grande Guerra), casa di campi scuola estivi e Chiesetta, di proprietà dell’Azione Cattolica di Bologna. Sembra che il nome Fauzarè derivi dal nome Falso Re della saga del Fanes, uno dei racconti più complessi ed affascinanti della tradizione ladina dolomitica (ricostruita dallo studioso austriaco Karl Felix Wolff nell’800). Incredibilmente, ho scalato senza difficoltà anche il Falzarego e il Valparola per poi tagliare il traguardo con grande gioia a Corvara, in 7 ore e 17 minuti.

Una corsa con l’ “Emilia Romagna nel cuore”

Ho corso con una maglia a tema “Emilia Romagna nel cuore” il cui acquisto serve a ristorare la SC Faentina che gestisce la pista di Via Lesi, in cui tante bambine e bambini imparano ad andare in bicicletta. La frequentazione delle vallate ladine ci deve indurre a far sì che anche qui si eviti lo spopolamento della montagna e della collina, fonte del dissesto idrogeologico causa di alluvioni. Ritornando a Faenza, ho pensato alle tante persone che hanno perso tutto o quasi tutto, e che aspettano ancora risposte e ristori per le loro case, le loro attività economiche e i loro campi devastati. Credo sia tempo di fatti concreti.

di Paolo Castellari