Burdèl ch’fat disàstar ch’l’ha fat tót l’acva ch’l’è vnù zó! La nostra Romagna, generalmente considerata quasi un’isola felice, è stata sommersa e sconvolta dalle piogge torrenziali cadute dall’inizio fino oltre la metà di maggio, raggiungendo il culmine nelle giornate del 16 e del 17. Fiumi, torrenti e canali non hanno retto alla massa e alla furia dell’acqua che è tracimata o ha rotto gli argini travolgendo tutto quello che incontrava e raggiungendo dei livelli impensabili. Fra i tanti detti della nostra gente di un tempo ce n’è uno che dice: “E’ fugh l’é brót, mo t’al pò farmê; cun l’acva, invèzi, u j è pöc da fê, la s’instèca dôv ch’u i pê”. E così è stato! Interi quartieri di paesi e città, migliaia di ettari di campagna, anche dove a memoria d’uomo non era mai successo, sono stati devastati da una quantità eccezionale di acqua e fango.
In collina si sono aggiunti smottamenti e frane che hanno interrotto la viabilità isolando intere comunità e mettendo in pericolo anche molte abitazioni, mentre giù nella bassa l’acqua che si è accumulata non riesce più a defluire e, ristagnando, aggiunge danno al danno per l’insorgere di grossi problemi igienico-sanitari. La nostra Faenza, città e campagna, è una delle località che più hanno sofferto le conseguenze dell’enorme massa d’acqua e fango che il Lamone e il Marzeno da sud, il rio Cosina e il Montone da est, hanno riversato sul nostro territorio. In alcune zone l’acqua ha raggiunto un livello impressionante e la gente è stata costretta a rifugiarsi al secondo o addirittura al terzo piano oppure sui tetti. Come ho già scritto sul Piccolo della settimana scorsa, questa per Faenza è stata l’alluvione più disastrosa degli ultimi 180 anni e l’acqua è arrivata dove non è mai successo prima, allagando anche buona parte del centro storico (la piazza, corso Garibaldi, i Salesiani, Bondiolo, le vie limitrofe).
La devastazione lasciata dall’alluvione è indescrivibile e neppure le immagini che sono in circolo riescono a dare un’idea del disastro che ha cambiato la vita a migliaia di faentini. Solo vedendo di persona e parlando con chi ci si è trovato coinvolto, uno se ne può rendere conto veramente. Alcuni si sono salvati solo grazie all’aiuto e al coraggio dei vicini di casa o all’intervento della Protezione civile e dei Vigili del fuoco che hanno fatto l’impossibile per raggiungerli e caricarli sui gommoni. Graziella Cortesi, collega e amica da tanti anni, è una di questi. Lei, insieme a diversi altri coinquilini e fra questi anche qualche bimbo molto piccolo, era rimasta intrappolata nei piani alti del suo condominio in via De Gasperi e i soccorritori non avevano la possibilità di farli uscire. Grazie alla sua intraprendenza e sangue freddo è riuscita a passargli la chiave del suo appartamento già abbondantemente allagato e di lì, con la loro assistenza, lei per prima, per dare l’esempio a chi tentennava, ha raggiunto e scavalcato il balcone ormai sommerso per salire su un gommone.
Questo è solo un episodio, ma la dice lunga sulle situazioni drammatiche in cui tanti si sono trovati in quei momenti e sullo sconforto nel sentirsi poi soli e impotenti in un mare di fango. Nel buio della loro disperazione si è acceso però fin da subito un barlume di luce, quello della solidarietà. Sembra quasi incredibile, ma in questa nostra società in cui l’individualismo la sta facendo sempre più da padrone, è iniziata una specie di gara nel voler dare una mano a chi è nel bisogno. È una solidarietà, scaturita dall’improvviso rendersi conto della fragilità del mondo in cui viviamo e in cui troppo spesso ci sentiamo sicuri, che si manifesta in mille modi dalle parole a grandi e piccoli gesti che in mezzo a tanta desolazione fanno ritrovare il coraggio di guardare avanti. E la speranza che da un disastro come quello che ci ha coinvolto si possa veramente venir fuori ce la stanno offrendo le giovani generazioni che, a mollo nel fango, aravacêdi da la tësta a i pì, ci contagiano con il loro entusiasmo e tanta voglia di rendersi utili per ricominciare da capo.
Mario Gurioli














